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Full text of "De' Benzoni dopo il loro dominio in Crema : storia del secolo decimoquinto"

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DE'  BENZONI 

DOPO    IL    LORO     DOMINIO 

IN  CREMA 


Digitized  by  the  Internet  Archive 

in  2012  with  funding  from 

University  of  Illinois  Urbana-Champaign 


http://www.archive.org/details/debenzonidopoillOObenv 


DE'  BENZONI 


DOPO  IL  LORO  DOMINIO 


IN 


MRJ 


STORIA 

DEL    SECOLO   DECIIttOQUINTO 


MILANO 

TIPOGRAFIA  RONCHETTI  E  FERRERI 

1846 


Aita  gentilissima  signora  (Contessa 

UMIDII  POfflPIffl  Milli 

BENVENUTI 


|olti  uomini  prodi  germogliò  la  Patria  nostra 
ne' tempi  di  sua  storica  celebrità.  Le  avventure  e 
le  gesta  del  conte  Ventanno  Benzone  ne  offrono 
un  quadro  quanto  glorioso,  altrettanto  compassio- 
nevole e  strano;  di  maniera  che  se  non  fosse  auten- 
ticato dalle  incontrastabili  pagine  de'contemporanei, 
stimerebbonsi  sogni  d' infermi  o  fole  di  romanzi. 

Promisi  altrove  di  tornare  sull'argomento  de'Ben- 
zoni?  e  specialmente  del  giovine  eroe  Venturino?  ed 


ora  il  faccio  ben  volontieri  presentandomisi  l'occa- 
sione di  offrire  a  Te  questa  cosuccia  con  la  quale 
intendo  dimostrarti  la  mia  allegrezza  per  l'auspi- 
catissimo  giorno  in  cui  il  cielo  appaga  i  tuoi  voti 
e  quelli  dello  stimabilissimo  tuo  Consorte. 

Dopo  tre  aurore  alfin  risplende  il  sole!  Alle  tre 
amabilissime  figliuoline  ora  aggiungete  il  desiderato 
maschietto;  gioitene  pure  che  n'avete  ben  d'onde! 
Possa  egli  assomigliare  a' genitori  nelle  virtù  sociali; 
e  se  mai  lo  infiammasse  spinto  guerresco,  e  del  suo 
braccio  abbisognasse  la  Patria,  veggansi  da  lui  rin- 
novellate  le  prodezze  di  Venturi  no  Benzone. 

OnibrianO;  ih  aprile  1846. 


Tao  affezionati  ss.  %io 
Dott.   Luigi   Benvenuti. 


CAPITOLO  I. 

//  Carmagnola  j  Giorgio  e  Fenturino  Benzone 
al  servigio  de3 Veneziani. 


«rabbattuta  la  signoria  de^enzoni  dalla  sempre  dominante 
potenza  Viscontea ,  la  patria  Storia  ci  offre  tempi  non  meno 
agitati  da  discordie  intestine.  Sotto  il  giogo  di  un  Ghibel- 
lino signore,  come  potevano  aver  pace  e  trovare  guarentigia 
i  Guelfi?  Ritornati  in  patria  i  banditi  Ghibellini,  reclama- 
rono la  restituzione  deloro  beni  confiscati,  e  il  Duca  impie- 
tosito di  loro,  per  far  mostra  di  sua  giustizia,  «  mandò  a 
??  Crema  Franceschino  Castiglione  ,  onde  terminare  qualun- 
»  que  differenza  »  (*).  Ghibellino  costui,  investito  di  piena 
autorità,  ne  spogliava  i  possessori,  non  avuto  nemmeno;  ri- 
guardo a  chi  li  avesse  comperati.  Così  credeva  Filippo  Vi- 
sconti acchetare  le  cose,  ma  invece  s1  intricavano  e  s^  intor- 
bidavano viemmaggiormente. 

Il  tema  di  questo  mio  Racconto  si   rannoda   a   quello    in 
cui  fu  parlato  del  Dominio  de'Benzoni,  ed    è   perfettamente 


(*)  Aleniamo  Fino.  —  Le  linee  virgolate ,  e  così  in  seguito, 
sono  sue. 


—  8  — 
progressivo  nella  Storia  di  Crema,    perciocché   vediamo   tor- 
nare in  iscena  i  decaduti  Benzoni.  e  se  non  Giorgio,  il  suo 
primogenito  Venturino  ci  presenta  belle  prove  di  valore. 

Presso  la  veneta  Potenza  aveva  rifugio  e  graziosa  acco- 
glienza chiunque  si  distinguesse  in  istudi  severi  ed  ameni,  e 
specialmente  ne'militari  talenti.  L'alato  leone  era  Io  spavento, 
il  conquistatore  de'  mari }  su  molti  popoli  d"  Oriente  posava 
la  sovrana  sua  zampa,  ritraendo  tesori  dall'alta  sua  protezione 
e  dal  sempre  vivo  commercio.  Ma  se  lontano  trasvolò  per  le 
vie  di  mare,  ad  eguale  distanza  non  giungeva  per  quelle  di 
terra:  pose  bensì  talvolta  piede  oltr' Adige,  ma  fu  per  breve 
tempo ^  ivi  la  biscia  Viscontea  gli  schizzava  contro  il  veleno, 
e  i  signorotti,  per  lo  spavento  d'essere  azzannati  dall'uno,  o 
morsicati  dall'altra,  se  ne  stavano  trepidanti  e  con  volpina 
astuzia  li  piaggiavano  entrambi. 

All'epoca  di  cui  si  parla,  i  Veneziani  sentivansi  sempre  più 
in  voglia  di  giugnere  coi  confini  della  signoria  insino  all'Adda. 
Informati  come  il  Conte  di  Carmagnola  fosse  caduto  in  dis- 
grazia del  duca  Filippo  per  opera  del  suo  cameriere  01- 
drado  Lampugnano  (*),  con  patti  di  rara  generosità  lo  pre- 
sero al  servizio,  nominandolo  Generale  di  Terraferma.  «  Anche 
Giorgio  Benzone  in  qualità  di  Capitano,  con  Venturino,  ebbe 
onorata  provvisione  n  •,  ed  avvegnaché  tanto  il  chiarissimo 
Generale  mostrasse  avversare  il  Duca,  quanto  lo  odiava  il 
già  signore  di  Crema,  passava  tra  loro  un'intima  amicizia. 

Il  giovili  conte  Venturino,  ricco  di  naturali  prerogative, 
robustissimo  di  tempra,  avvenente  della  persona,  di  maniere 
attraenti,  destro  al  pari  di  chiunque  agli  esercizi  dell'  armi, 
usava  ne"  più  distinti  convegni.  La  compassione  di  sue  sfor- 
tunate vicende  toccava  più  di  tutti  il  bel  sesso,  da  cui  veniva 
ricolmo  di  gentilezze,  talché  s'avea  cattivato  l'affetto  di  molte 
leggiadre  fanciulle.  Fra  le  tante ,  Lucina  ,  figlia  del  Carma- 
gnola, languiva  d'amore  per  lui:,  il  padre  di  essa,  colpevole  di 

(*)  Paolo  Giorno,  Lib.  XII. 


soverchia  indulgenza  in  proposito,  credette  porvi  rimedio  «  pro- 
ponendo al  Benzone  di  unirli  in  matrimonio  ».  Giorgio,  contro 
l'aspettativa  del  Carmagnola  ,  non  fé''  buon  viso  a  tale  pro- 
posta, e  mostrandosi  assai  più  sorpreso  che  lieto,  stranamente 
rispose  che  avrebbe  su  ciò  interpellato  il  figliuolo,  per  lo  che 
l'altro  ne  sentì  in  cuore  dispettosa  amarezza.  Onde  nobilmente 
procedere  in  affare  sì  delicato,  il  Benzone  scandagliò  senza 
indugio  il  cuore  di  Venturino.  Stette  alquanto  ingrugnato 
aspettandolo  sino  a  notte  avanzata,  e  allorché  comparve,  così 
gli  parlò:  Se  qualche  inattesa  bisogna  della  Serenissima,  cui 
tutto  dobbiamo,  vi  chiamasse  sul  campo,  ove  trovarvi?  Ovun- 
que sien  giovinette,  voi  non  mancate!  Per  tal  vezzo  ora  si 
divulgano  sul  conto  vostro  dicerìe  sconvenienti  ad  onorato 
cavaliere.  Taluno  de'più  ragguardevoli  personaggi  si  persuade 
non  mancherete  d'impalmare  la  propria  loro  figlia,  lusingata 
dalle  troppo  seducenti  vostre  maniere  e  fors'anche  da  pro- 
messe. Sarebbe  mai  ciò  vero?  Intendete  voi  di  ammogliarvi? 
Siate  sincero  col  padre,  colfamico. 

La  paterna  inchiesta  scompigliò  il  giovane,  che  dopo  breve 
pausa  rispose:  Al  padre,  all'amico  non  saprei  tacere  le  mie 
amorose  debolezze,  e  tanto  meno  poi  se  queste  compromet- 
tessero la  mia  fama,  l'onore  di  mia  famiglia.  L'amorevolezza 
di  queste  amabilissime  fanciulle,  non  nego,  produsse  in  me 
T  idea  di  scegliermi  una  sposa  :,  ma  quando  io  medilo  quale 
dovevo  essere,  quale  mi  sono,  rifuggo  a  tal  idea  con  racca- 
priccio. Sarebbe  or  dato  al  figlio  del  conte  Giorgio  Benzone 
l'ottenere  una  sposa  di  sangue  principesco?  Depresso  dalla 
sorte,  può  egli  mirare  a  tanta  altezza?  —  A  questi  sensi., 
consonanti  co'propri,  il  padre  pianse  di  tenerezza,  ed  abbrac- 
ciollo,  raccomandandogli  di  star  fermo  in  quel  proposito. 
Sebbene  il  Carmagnola  avesse  gran  nome  in  Lombardia  e 
fosse  doviziosissimo  » ,  non  degnavasi  il  Benzone  del  paren- 
tado, essendo  esso  di  basso  lignaggio  ».  Mandògli  pertanto 
una  risposta  negativa  stesa  ne'modi  più  convenienti,  preve- 
dendone tristi  successi,    giacché    ben    sapeva    quanto  fosse  il 


—  10  — 
Generale  collerico,  vendicativo.  In  fatti  poco  dopo,  la  suprema 
Commissione  di  Guerra  faceva  consegnare  al  Conte  l'ordine 
seguente  : 

Eccellenza  sig.   Conte. 

Per  le  molte  operazioni  convenute  con  S.  E.  il  Generale 
Conte  di  Carmagnola,  vien  ella  destinata  col  figliuolo  a  rag- 
giungere in  Chioggia  le  milizie  novellamente  ingaggiate,  per- 
chè le  ammaestri  nell'armi.  Molto  importa  adunque  che  IE.  V. 
colà  si  rechi  bentosto. 

Sottoscritto  ecc. 

Il  Benzone  si  accorse  esser  questo  il  primo  colpo  che  gli 
avventava  il  vendicativo  Carmagnola.  Ben  di  rado  avveniva 
fosse  destinato  un  ragguardevole  Capitano  a  risiedere  in  quella 
sudicia  e  malsana  terra:,  nulladimeno  inghiottì  Tamaro  boc- 
cone}  poiché  il  risentirsene  lo  avrebbe  condotto  a  peggiori 
conseguenze,  e  non  obbedendo  perderebbe  la  grazia  della  Si- 
gnoria e  sarebbe  per  lo  meno  bandito. 

Più  di  un  anno  stettero  i  Benzoni  in  quel  lurido  paese, 
segregati  dal  civile  consorzio:,  tranne  di  qualche  prete,  inal- 
lora  Chioggia  popolavasi  di  gente  quasi  selvaggia.  Ventu- 
rino  consumava  il  tempo  istruendo,  esercitando  la  giovine 
milizia  che  avea  tutte  le  qualità  per  riuscire  valorosa.  Dava 
con  giusta  proporzione  premi  e  castighi,  degnando  i  migliori 
di  qualche  confidenza.  Chi  avesse  concorso  al  mantenimento 
delle  discipline,  o  fatta  bella  azione,  veniva  da  lui  presentato 
al  padre,  ed  era  guiderdonato  con  belle  parole  e  molti  ba- 
jocchi. 

Il  conte  Giorgio,  cultore  delle  lettere,  poco  occupavasi  dei 
suoi  soldati,  molto  però  de'libri.  Intanto  egli  procuravasi  la 
Signoria,  e  quando  l'ebbe,  non  potè  pascersi  a  sazietà  nelle 
opere  immortali  di  Dante,  dell  A  riosto,  del  Petrarca  e  di 
tant'iJtri  poc'anzi  surti  a  splendore  d'Italia.  Vuoisi  da  taluno 


—  fi  — 

scrivesse  puranco  le  proprie  avventure,  ma  queste  andarono 
smarrite, 

In  Venezia  molto  si  parlava  della  inimicizia  insorta  fra  il 
Benzone  e  il  Carmagnola.  Gli  aderenti  del  Generale,  consci 
dello  scompiglio  di  quella  famiglia,  ove  Lucina  trovavasi  in 
uno  stato  compassionevole,  propalarono  la  cosa  in  modo  di 
far  cadere  tutta  la  riprovazione  su  Venturino.  Allora  quante 
erano  le  femmine  da  esso  corteggiate  e  lusingate,  bollenti  di 
geloso  dispetto,  lo  gridavano  ineducato,  disleale,  degno  ve- 
ramente di  stare  fra  le  rozze  e  sudicie  Ghiozzotte.  Ma  intanto 
che  dalla  parte  distinta  parlavasi  cosi  male  di  lui,  i  popolani 
ne  dicevano  cose  meravigliose.  Navicellai,  pescatori,  fruttiven- 
doli, provenienti  da  Chioggia  a  Venezia,  esaltavano  i  talenti 
del  Contino  e  andavan  ripetendo  :  non  aver  mai  veduto  mi- 
litari spettacoli  più  portentosi,  mai  presidio  più  di  quello  di- 
sciplinato, tranquillo,  assettato }  e  concludevano  non  esservi 
in  tutto  l'esercito  di  san  Marco  più  valente  maestro  d1  armi, 
né  miglior  Generale.  Col  mezzo  di  que'prezzolati,  che  rap- 
portavano alla  Signoria  ogni  moto,  ogni  detto  di  piazza,  le 
giunsero  questi  elogi.  Ad  uno  fra  i  tanti  del  Consiglio  Grande, 
ne'prosperi  tempi  amico  del  Benzone,  venne  voglia  di  ve- 
dere i  decantati  spettacoli  e  nel  tempo  stesso  visitare  i  rele- 
gati signori.  Tornato  di  colà,  testificò  la  verità  della  pubblica 
voce,  asseverando  in  Consesso  come  il  drappello  di  Chiog- 
gia avessegli  presentato  un  quadro  di  finta  battaglia,  con  sì 
regolari,  veloci  movimenti,  che  meglio  non  li  avrebbe  eseguiti 
una  schiera  di  veterani.  —  Que^  buoni  patrizi  si  compiacquero 
assai  di  tanta  bravura  e  gliene  tributarono  pubblici  encomi. 

Sebbene  il  Carmagnola  avesse  ottenuto  lo  sfratto  de' Ben- 
zoni,  tuttavia  non  iscemava  punto  in  lui  Podio  per  essi  :,  e 
perchè  sentiva  il  popolo  celebrare  Venturino  al  suo  confronto 
e  vantarlo  i  magistrati,  avvampò  anche  di  gelosia  e  V  incen- 
dio non  ebbe  più  confine. 

Non  era  lontano  ristante  d'invadere  la  Lombardia }  i  pre- 
parativi compievansi,  la  massa  dell'esercito    era    addestata   re 


*—  42  — 

compiuta:  attendevasi  solamente  sopraggiungesse   l'opportuna 
stagione    di    primavera.  Il  Generale  mostratasi   sempre  offi- 
cioso verso  gli  autorevoli  personaggi}    ne'suoi    discorsi    dava 
certezza  di  trionfi,  di  conquiste,  ma  vi  frammezzava  velenose 
osservazioni  in  riguardo  al  comando  conceduto  a  Giorgio  Ben- 
zone.  Egli  diceva:  Si  vuole  che  quel  corpo    di   militi   a  lui 
affidato  sia  a^uerrito  a  meraviglia,  ed   io    ne   godo    moltis- 
simo!  ma  le  EE.  LL.  hanno  nel  conte  Giorgio  un  capitano 
inesperto \  se  mai  fosse  stato  guerriero,  signoreggerebbe  tut- 
tora la  sua  Crema  !  L' imberbe  figlio  di  lui  saprà    bene   ad- 
destrare la  milizia,  presentare  di  begli  esercizi^  ma    altro    è 
fìngere  scontri,  altro  battagliare  sul  campo!  Standomi  a  cuore 
il  vantaggio  e  la  gloria  di  questa  generosa  e  degna  Repub- 
blica, siami  qui  permessa  una  sostanziale  osservazione.  E  no- 
stro   scopo  assoggettare  al  glorioso  dominio  di  san  Marco   le 
importanti  terre  di  Lombardia,   fra    le    quali  evvi  Crema:,  e 
chi  saprà  scrutiniare  le  intenzioni  de'Benzoni  quando  in  essa 
ponessero  piede  con  quelle  squadre    educate    alla    scuola^  di 
tali  maestri,  le  idee  dei  quali  non  è  difficile  sieno  dirette  al 
riacquisto  de^perduti    possessi?    Sarebb'egli    improbabile   che 
sulle  mura  di  Crema,  anziché  il  sacro  vessillo  di  san  Marco 
sventolasse  quello  del  Leone  passante  in  campo  azzurro?  (*). 
Così  parlava  P  astuto  in  un  convegno  ch'ebbe  co*  signori  del 
Consiglio  dei  Dieci. 

L'acume  di  que'Magistrati  seppe  ben  discernere  nel  discorso 
di  lui,  quanto  importasse  alla  Repubblica  per  la  buona  po- 
litica, da  quanto  ascriversi  dovesse  al  rancore  del  Carma- 
gnola. Forse  nessuno  persuadevasi  potessero  i  Benzoni  ren- 
dersi colpevoli  di  tradimento.  Il  nobile  carattere  di  Giorgio, 
la  sua  posizione  non  sostenuta  da  vermi  potentato  di  Terra- 
ferma, rendevanli  abbastanza  sicuri.  Dovevano  per  altro  in 
qualche  modo  accondiscendere  al  Carmagnola*,  in  que'inomenti 
occorreva  blandirlo*,  laonde  pensarono  ad  un  temperato  espe- 

(*)  Antico  stemma  de'Benzoni. 


—  13  — 
diente.  Poco  prima  si  gridasse  la  guerra  contro  il  Duca  dì 
Milano  pel  soccorso  da  lui  dato  a  Marsiglio  Carrara  sul  Pa- 
dovano, venne  ordinato  ai  Benzoni  che  si  portassero  a  ca- 
pitanare la  squadra  stanziante  a  Vicenza,  e  si  mandava  per 
capitano  a  Chioggia  il  patrizio  Marco  Vendramin.  A  que- 
sto cavaliere  erasi  stretto  in  amicizia  Venturino  dimorando 
in  Venezia,  e  da  lui  seppe  come  si  riputasse  strana  quella 
traslocazione  di  essi  e  la  si  attribuisse  al  Carmagnola.  Colpo 
più  crudele  non  si  poteva  dare  all'amor  proprio  del  giovine 
Benzone*,  i  bei  sogni  di  segnalarsi  co'suoi  bravi  allievi,  di 
sterminare  la  potenza  Viscontea  furono  di  subito  troncati. 
Fortemente  irritato,  persuadeva  il  padre  ad  abbandonare 
l'ingrata  Signoria  che  permetteva  all'avversario  ogni  atto  di 
vendetta.  Gridava  iniquo  il  Carmagnola,  prorompendo  ne'piu 
disperati  propositi  di  vendetta.  Molto  si  faticò  il  padre  a 
tranquillarlo :;  e  se  l'animo  del  giovine  quant'era  focoso  non 
fosse  stato  altrettanto  tenero  verso  di  lui,  sarebbonsi  amendue 
rovinati  con  trionfo  del  persecutore,  che  mordendosi  il  dito 
avea  giurato  di  perderli. 

I  preparativi  fatti  dalla  Repubblica  per  la  divisata  impresa 
erano  magnifici,  costosissimi,  conformi  alle  ambiziose  idee 
de'Veneziani.  Il  grosso  dell'esercito  si  mosse  e  impetuosa- 
mente innondò  le  terre  oltr' Adige,  come  fiumana  ch'abbia 
sconvolti  gli  argini,  «  La  forte  città  di  Brescia  fu  tolta  ai 
Milanesi,  siccome  tutte  le  terre  e  castella  del  contado  ». 
Fattevi  buone  munizioni  d'armi  e  d'armati,  era  voce  sarebbesi 
l'accampamento  portato  sotto  Crema,  ove  il  partito  Guelfo 
aspettava  a  braccia  aperte  i  Veneti  conquistatori. 

a  Nicolino  Barbavara,  Podestà  di  Crema,  intendeva  a  prov- 
vederla, a  fortificarla  »  :,  ma  l'accurato  servitore  del  Duca 
arrabbia  vasi  vedendo  non  assecondate  da  tutti  con  calore  le 
sue  premure.  11  figliuolo  del  decrepito  Castellano  della  ròcca 
di  Serio  era  a  tutt'altro  disposto  che  alle  provvigioni  e  alle 
difese,  «  Costui  amava  perdutamente  una  vedova  gentildonna 
cremasca  ?>  *,  fosse  la  disparità   di    condizione ,  fòsse    il    con- 


—  14  — 
traggenio  della  Dania  ,  egli  ne  ardeva  inutilmente.  Essendo 
essa  vicina  parente  del  Benzone.  1*  innamorato  pensò  scri- 
vere a  lui.  «  promettendo  avrebbegli  dato  in  mano  il  castello 
quando  ne  divenisse  sposo  ».  La  proposizione  disturbò  gran- 
demente il  Conte;  e  diffatti  ponevalo  a  pericolo  della  vita  se 
si  fosse  appena  dubitato  di  sua  corrispondenza  coi  Cremaschi. 
Per  escire  d'ogni  timore,  44  fece  presente  ai  Provveditori  del 
»  campo,  Pietro  Loredano  e  Michele  Fantino,  quella  lettera,  i 
»  quali  per  l'alta  stima  che  avevano  pel  Generale  non  volevano 
w  far  nulla  senza  il  suo  acconsentimento:,  ma  il  Carmagnola, 
5:  che  segretamente  se  la  intendeva  col  Duca,  tolto  tempo  a 
»  decidere  intorno  a  ciò,  fece  al  medesimo  nella  notte  stessa 
w  conoscere  il  trattato  ».  L'imputazione  colpiva  per  errore  il 
Castellano  di  Serio,  non  il  figlio  di  esso}  laonde  a  l'infelice 
»  vecchio  fu  preso  ,  mandato  a  Milano ,  e  in  varie  maniere 
»  tormentato  ».  Cosi  operava  quel  celebre  guerriero,  al  cui 
increofno  non  associavasi  ombra  di  rettitudine  o  di  nobili  sen- 
timenti-,  così  corrispondeva  alla  fiducia  che  in  lui  si  ripo- 
neva. Filippo  mandò  forte  sussidio  di  armati  e  di  artiglierie 
a  Crema,  assai  importandogli  tenersela  soggetta. 

Come  sparviero  ghermisce  la  preda  e  se  la  porta  =  a  dila- 
niare ove  più  gli  talenta  = ,  così  il  Carmagnola  traeva  al 
sacrificio  il  giovine  Benzone.  Perchè  non  gli  sfuggisse  dagli 
artigli,  lo  volle  nella  sua  guardia  e  mettevalo  ne'maggiori  pe- 
ricoli. Già  più  volte  per  la  sua  animosità  e  destrezza,  ne 
sortiva  salvo}  tutti  lo  ammiravano,  ma  egli  fremea.  44  A  Ca- 
salmaggiore  toccò  una  memorabile  rotta  alle  truppe  venete  », 
onde  sperperate,  malconcie,  inseguite,  cercarono  salvamento 
colla  fuga.  Anche  il  Carmagnola  col  suo  drappello  e  con 
molf  altri  volse  le  spalle  al  nemico  e  44  giunse  al  castello  di 
Fontanella  » }  essendo  certo  sarebbe  raggiunto  dai  Duche- 
schi  in  numero  poderoso,  44  impose  a  Yenturino  di  stare  alla 
guardia  e  non  muoversi  senza  sua  licenza  ».  Poco  dopo  venne 
da^nemici  invaso  il  paese ,  circondata  la  ròcca  e  gridato  alla 
resa!  Il  valoroso,  anziché  cedere,  prese  ad  offenderli,    «   so- 


—  15  — 
»  stenne  e  respinse  due  assalti}  ma  sopraffatto  anche  dal  tra- 
»  dimento  de"*  terrazzani,  dovette  finalmente  cedere  ".   Preso 
e  posto  in  ceppi,  a  tarda  notte  entrava  nelle  patrie   mura  e 
prima  dello  spuntare  del  giorno  era  sulla  via  di  Milano. 

I  veneti  Provveditori  del  campo  provarono  immenso  tra- 
vaglio dell'avvenuta  sconfitta  e  se  ne  mostrarono  malcontenti 
anche  col  Generale.  Egli  l'attribuiva  alla  inesperienza  del- 
l'esercito, all'imperizia  de'Capitani.  Queste  mendicate  giusti- 
ficazioni irritarono  non  pochi  cui  erano  dirette,  sì  che  molti 
a  difesa  del  proprio  onore  presero  ad  accusarlo  di  trascura- 
tezza e  d'imprudenza,  dicendo  aver  egli  intraprese  [operazioni 
contro  ogni  buon  giudizio,  ed  altre  averne  tralasciate  giove- 
voli al  caso.  Tutti  i  Capitani  mostrarono  il  loro  risentimento 
e  ne  nacquero  forti  querele,  dimodoché  gli  alti  Commissari i 
si  posero  a  spiare  le  mosse  del  Carmagnola,  e  stimaron  bene 
di  esaminarne  la  passata  condotta. 

Giorgio  Benzone,  cui  erasi  data  la  sorveglianza  del  mag- 
gior castello  di  Brescia,  reso  partecipe  di  quanto  accadde  al 
figliuolo,  vide  avverati  i  suoi  funesti  presagi.  L'amoroso  padre 
sin  d'allora  che  il  suo  Venturino  venne  ascritto  nella  guardia 
del  supremo  Capitano,  dubitò  non  fosse  quella  distinzione 
un  doloso  pretesto.  Non  istette  più  in  silenzio  su  quanto 
sofferse  e  tuttavia  soffriva:,  parlò  ai  Provveditori,  scrisse  alla 
Signoria  le  sue  lagnanze^  ma  quella  imperturbabile  magistra- 
tura nulla  rispose.  Era  sua  politica  sentire,  tacere,  operare. 
Il  trambasciato  conte  Giorgio  in  breve  «  morì  a  Brescia  ??, 
e  fu  da  tutti  compianto. 

A  Milano  si  fecero  grandi  feste  per  la  vittoria  di  Casal- 
maggiore.  Il  duca  Filippo  era  felice  di  potere  sbramar  l'odio 
suo  nel  sangue  del  giovine  prigioniero,  già  unitamente  al 
padre  dichiarato  fellone  quando  vennero  in  Lombardia  sotto 
il  veneto  stendardo.  A  tal  passo  inumano  «  lo  incitavano 
»  puranco  i  Ghibellini  di  Crema  allo  scoperto,  e  il  Carmagnola 
?j  in  secreto  w.  Fu  ventura  pel  Benzone  avere  presso  il  Duca 
un  valente   protettore.    Era  questi   «  Bonicio  Corio,  suo  zio 


—  46  — 

materno  55,  personaggio  stimato  per  nobiltà,  per  iettere,  che 
molto  maneggiandosi  e  pregando  potè  salvarlo  dalla  morte  j 
non  però  dalle  prigioni  di  Monza  dette  i  Forni j  «  nelle 
quali  fu  chiuso  e  vi  stette  diciotto  mesi  ??.  Si  denominavano 
Forai  perchè  costrutte  di  altrettante  orride  carceri  con  ca- 
merate a  guisa  di  forno  sovraimposte  l'una  all'altra  (*). 

Nel  campo  veneziano  non  cessavano  i  malcontenti,  le  im- 
precazioni contro  il  Generale,  e  troppo  grande  era  il  tram- 
busto perchè  non  vi  si  frammettesse  la  Sovranità  colle  sue 
disquisizioni.  Nel  suo  misterioso  recesso,  il  terribile  Consesso 
de'signori  Dieci  prese  a  sindacare  la  condotta  del  Carma- 
gnola. Colle  usitate  industrie  de'Referendarii,  coll'esame  dei 
Giurati,  e  con  gli  altri  mezzi  tutti,  fu  provato  come  il  Car- 
magnola avesse  sempre  tenuto  segreta  corrispondenza  col 
Visconti,  ond'erano  avvertiti  i  Ducheschi  d'ogni  movimento 
de' Veneti,  come  dopo  conquistata  Brescia,  non  si  movesse 
tosto  su  Crema  perchè  eragli  promessa  grossa  somma  di 
danaro.  Venne  in  tutta  chiarezza  l'affare  di  Fontanella,  ab- 
bandonata per  frode,  onde  vi  avesse  tomba  il  giovine  Beu- 
zone.  «  Fu  pertanto  chiamato  a  Venezia  il  generale  Carma- 
gnola, e  venne  decapitato  fra  le  due  colonne  di  san  Marco  ». 

Quanto  io  dissi  a  disdoro  ed  a  colpa  del  traditore  ci  è 
pervenuto  da  imparziale  scrittore,  e  ben  pochi  cronisti  ponno 
stare  a  petto  di  messer  Pietro  Terni  per  ispecchiata  onestà 
e  per  veridica  testimonianza,  ond'  è  ingiustizia  imputare  di 
crudeltà  la  Repubblica,  se  ha  colpito  il  Carmagnola  colPes  tremo 
supplicio,  mentre  se  lo  aveva  meritato.  Poteva  egli,  careg- 
giato e  riccamente  ricompensato  dalla  Repubblica,  comportarsi 
peggiormente  che  se  fessele  stato  apertamente  nemico?  Ma 
che  volete!  Trovatisi  di  quelli  che  dandosi  importanza  di 
storici,  teneri  verso  chiunque  ebbe  fama  guerriera,  gridano 
ingiusta,  sanguinaria  Venezia.  Non  è  possibile  chiudere  la 
bocca  a  costoro,  sì  italiani,  come   stranieri-,  e  quando  fossero 

(*)  Frisi,  Storia  di  Motiva,  Lib.  1. 


—  M  — 

capaci  di  prestare  orecchi,  loro  diremmo:  Si  può  tollerare  nei 
drammaturgi  il  travisamento  della  verità,  non  negli  storici  (*). 
Morto  il  Carmagnola,  ebbero  principio  trattative  di  pace 
fra  il  Duca  e  la  Repubblica,  a  e  dopo  un  anno  venne  fer- 
mata ».  Si  sperava  che  il  trattato  imponesse,  o  almeno  con- 
sigliasse al  Visconti  di  permettere  il  ritorno  in  patria  ai  Guelfi 
Cremaschi  «  già  da  sette  anni  privati  del  lido  nativo  »,  ma 
ad  essi  non  si  era  pensato.  Alcuni  di  quegli  infelici  ricorsero 
al  Duca,  ed  ottennero  lusinghiere  risposte,  e  nulla  più. 

(*)  CoW erudito  Autore  delle  Lettere  su  Venezia  convengo 
in  ciò  solamente  che  fu  operato  dalla  simulatrice  Repubblica, 
quando  in  segreto  processava  e  poscia  a  se  chiamava  il  Carma- 
gnola. Del  resto,  le  particolari  cronache  delle  città  Lombarde 
mi  danno  fondamento  a  contraddirgli. 


—  J8 


CAPITOLO  II. 

fan  turino  Benzone  vincitore  della   Giostra 
a  Milano. 


Ridottisi  a  concordia  Veneziani  e  Milanesi,  questi  non  de- 
posero le  armi*  cercarono  conquiste  altrove  sotto  la  condotta 
di  Nicolò  Piccinino.  I  Ducheschi  ebbero  prospere  ed  avverse 
vicende,  «  ma  ai  i5  agosto  del  1^35  riportarono  una  segnalata 
»  vittoria  contro  Alfonso  re  d'Aragona,  il  quale  rimase  prigio- 
55  niere  «/'molti  suoi  Baroni  ??.  Il  duca  Filippo  n'ebbe  grande 
allegrezza:,  e  siccome  da  molfanni  viveva  cupo,  timoroso,  ri- 
tirato in  segrete  camere  in  Pavia,  ove  a  pochissimi  era  dato 
penetrare,  scosse  queir  inerzia  e  tornò  a  Milano  nell'umano 
consorzio. 

Dieono  gli  storici  com'egli  fosse  un  impasto  di  puerili  ti- 
midezze «  di  cortesie,  di  pompe  famigliari  quando  alloggiava 
onoratissimi  cavalieri  (*)  ».  Desioso  di  mostrare  al  Re  pri- 
gioniero ed  ai  Baroni  la  sua  magnificenza,  ed  il  valore  dei 
guerrieri  lombardi,  vennegli  pensiero  w  di  gridare  una  grande 
Giostra  55,  e  all'uopo  si  consigliò  coH'indispensabile  suo  came- 
riere Oldrado  Lampugnano.  Costui,  cui  sempre  era  proficuo 
il  buon  umore  del  padrone,  applaudì  grandemente,  e  disse: 
Ridonderebbe  a  somma  gloria  di  lui  quello  spettacolo  prin- 
cipesco! —  Allora  il  Duca  esclamò:  Sia  fatto,  ma  Antonio 
Palermitano  sapientissimo  prefigga  i  giorni  della  pugna  !  — 
Era  Antonio  uno  scrittore  di  storie  dilettevoli  (**)}  il  Duca 
creclevalo  anche  profondo  nell'astrologia,  poiché  nelle  opere 

(*)    Paolo  Giorno,  Uh.  XII. 
(**)  Idem,  ibidem. 


—  49  — 
sue  sempre  ve  la  frammezzava.  Inoltre  è  a  sapersi,  *<  come 
Filippo  fosse  timidissimo  di  natura,  talmenlecliè  udendo  un 
mediocre  tuono  si  scuoteva  tutto  per  lo  spavento,  e  come 
pazzo  andava  cercando  d'  ascondersi  sotto  terra  (*)  ?j.  Spe- 
rava pertanto  che  quel  maestro  leggesse  nelle  stelle,  in  quali 
giorni  non  sarebbe  insorto  temporale  a  disturbare  l'armeg- 
giata. Consultato  dal  Lampugnano  il  supposto  astrologo,  se 
ne  spaventò  grandemente,  sapendo  che  non  era  a  scherzare 
col  Duca  in  questo  argomento}  ma  pregato,  assicurato  non 
avrebbe  obbligo  di  malleveria,  dopo  alcuni  non  irragionevoli 
calcoli,  pronunziò:  L'ultima  decina  di  luglio,  epoca  del  ple- 
nilunio. 

La  Giostra  fu  bandita  in  Lombardia,  nelle  Venezie,  in 
Piemonte,  ed  altrove.  Da  tutte  parti  pervenne  a  Milano  quan- 
tità di  guerrieri  celebri,  nobilissimi,  a  scontrarsi  coll'aste  brac- 
cate di  tre  punte.  Il  duca  Filippo  che  interveniva  conten- 
tissimo di  quella  limpida  giornata,  e  d'avere  a  sua  disposizione 
nel  Palermitano  un  interprete  così  sicuro  delle  crisi  celesti, 
trovossi  in  fine  disgustato  delle  prove  de'suoi  guerrieri  che 
a  furono  tutti  scavalcali  da  D.  Carlo  Gonzaga  n.  Se  ne  la- 
gnava assai,  e  quasi  pentivasi  d'aver  gridato  la  Giostra.  Bo- 
nicio  Corio  fattosi  animo,  «  propose  al  Duca  il  nipote  Ven- 
turino  ?5 ,  siccome  V  unico  che  potesse  vendicare  V  onore  dei 
cavalieri  suoi  vassalli*,  ma  egli  fe'ciera  brusca  brusca,  pensò 
e  non  rispose.  Il  Corio  sapeva  quanto  potesse  sull'animo  del 
Principe  il  Lampugnano,  laonde  lo  officiò  a  piene  mani,  ed 
allora  al  giovane  Benzone  furono  tolti  i  ceppi  «  ed  esci  dalle 
prigioni  del  castello  di  Milano  «  essendo  ivi  già  da  tempo 
tradotto. 

Non  si  aspettavano  grandi  cose  da  chi  per  moll'anni  era 
vissuto  fra  lo  squallore  de' forni  e  delle  torri.  Venturino  istesso 
diffidava  di  sue  forze,  di  sua  destrezza  *,  ma  le  rinvigoriva  il 
pensiero  della  riacquistata  libertà.  Allo  stato  di  lui  ebbe  con- 

(*)  Paolo  Giorno,  lib.  Ali. 


—  20  — 

siderazione  anche  il  Duca  che  «  i'ece  diferire  la  Giostra  mi 
Era  egli  smanioso  fosse  rintuzzato  l'orgoglio  di  chi  aveva 
trionfato  nel  primo  esperimento.  Fu  proclamata  altra  pugna 
con  maggiore  sontuosità  di  apparamene  e  ricchezza  di  premii 
al  vincitore. 

Il  Visconti  faceva  sfoggio  di  rara  generosità}  stabiliva  a 
premio  un  cavallo  andaluso  riccamente  bardato,  una  compiuta 
armatura  di  squisito  lavoro  nazionale,  ornata  la  corazza  ad 
arabeschi  di  lamina  d'argento.  Il  cimiero  riputavasi  un  ca- 
polavoro \  raffigurava  un  aquilotto  accovacciato  coll'ale  semia- 
perte, cui  altorniavansi  in  vaga  forma  due  serpi,  e  queste 
congiungevano  le  teste  sopra  il  capo  del  volatile  e  i  putti 
che  avevano  in  bocca  sorreggevano  bella  coroncina  d'ulivo. 
Due  bandiere  di  lucida  stoffa  serica,  l'ima  con  colori  ed  in- 
segne Viscontee  ricamate  da  peritissima  mano,  nel  cui  centro 
campeggiava  il  motto:  Al  più  Forte ,,  al  più  Ralente,,  il  duca 
Filippo.  L'altra  pure  a  trapunto  con  vaghi  serti  di  fiori  al 
naturale  e  col  motto:  //  bel  Sesso  al  Vincitore. 

L'amoroso  zio  Bonicio,  cui  la  sorella  (*)  morendo  racco- 
mandava in  ispecial  modo  il  suo  primogenito,  già  vedemmo 
quanto  pel  giovine  si  adoperasse.  Ora  nel  breve  spazio  dallo 
sprigionamento  alla  Giostra,  chi  mai  potrebbe  dire  quanto 
affanno  si  desse  per  ritornarlo  alla  prima  attitudine  con  eser- 
cizj  di  (orza  e  di  snellezza?  Con  quanto  studio  e  regolarità 
gli  prestasse  cibi  e  bibite  sane,  corroboranti?  L'animo  suo 
delicato  sentiva  a  quale  impresa  lo  avesse  sospinto  per  ren- 
dergli la  libertà.  Fece  le  più  minute  diligenze  perchè  fosse 
armato  come  convenisse  a  distinto  guerriero,  ad  un  Benzone, 
e  scelse  dalie  migliori  scuderie  il  più  bene  ammaestrato 
cavallo. 

Sorse  il  giorno  della  gran  prova:,  i  marziali  strumenti  ne 
davano  avviso  a  tutta  Milano.  I  Banditori  gridavano  i  nomi 
degli  ascritti  alla  pugna,  poscia  soggiungevano:  Per  primo  il 

(*)  Ambrosino.   De-  Curii ',  madre  di   fatturino. 


-    24   — 

conte  Ventanno  fienzone  romperà  una  lancia  col  già  vinci- 
tore della  Giostra  don  Carlo  Gonzaga.  Taluni  pensavano 
esser  questo  un  tratto  sinistro  del  Duca,  mentre  a  corpo  ri- 
posato il  valente  avversario  affronterebbe  il  giovine  appena 
appena  riavutosi  in  forze. 

Sopra  lo  spazio  dell'attuale  Piazza  Fontana  sorgeva  il  grande 
Circo.  Forse  non  era  questo  il  luogo  consueto  a  simili  spet- 
tacoli, ma  così  piacque  al  Duca,  oncTessere  a  portata  d'inta- 
narsi in  palazzo,  quando  dal  campanile  di  san  Gottardo  con 
tocco  di  campana  si  annunciasse  un  vicino  temporale.  Mi- 
sera condizione  di  Filippo,  attribuita  a'suoi  rimorsi  dal  cro- 
nicista  Candido  Dicembre  (*).  Lo  steccato  era  tanto  esteso 
che  sei  coppie  di  Cavalieri  vi  potevano  armeggiare.  Le  gra- 
dinate e  le  logge  componevansi  di  legname  con  parapetti  a 
finta  balaustrata  maestrevolmente  dipinta.  Rimpetto  alla  porta 
d'ingresso  sorgeva  la  tenda  ducale,  ampia  e  sfarzosa,  pan- 
neggiata in  seta.  A  destra  di  essa,  sopra  alta  base,  ergevasi 
il  trofeo  destinato  al  vincitore,  ed  era  la  bellissima  armatura 
di  cui  abbiamo  parlato.  Le  due  bandiere  coi  motti  svento- 
lavano confitte  ne' parapetti  di  fianco  al  Duca.  La  moltitu- 
dine accorreva  al  sempre  graditissimo  spettacolo,  reso  squi- 
sitamente più  raro  per  lo  scontro  di  un  provetto  guerriero 
e  d'uno  sconosciuto  giovine,  dai  più  riputato  petulante,  anzi 
che  destro  e  forte*,  pochi  sapevano  quanto  fosse  stato  valo- 
roso •)  stimavasi  generalmente  un  disperato  stanco  di  patimenti 
e  di  vita. 

I  sedili  delF  immenso  recinto  erano  stivati  di  popolo -,  il 
Duca  non  si  fé' molto  aspettare  coll'illustre  cortèo  de' suoi 
Grandi  e  col  re  Alfonso.  Egli  si  compiacque  vedendo  la  sua 
tenda  più  numerosa,  splendente  di  ragguardevoli  matrone 
fiancheggiate  dalle  bellissime  loro  figliuole  e  sentendo  il  saluto 
d'applausi  più  rumoroso  che    nella    antecedente    armeggiata. 

(*)  Storico  contemporaneo  nemico   del   Duca.    Paolo  Giovio, 
Lib.  XII. 


—  22  — 

Allo  squillare  delle  trombe  si  spalancò  il  grande  cancello  e 
comparvi1  il  Gonzaga  in  superbo  portamento  montando  un 
focoso  destriero.  S'avvicino  al  padiglione  e  fé"1  saluto  al  Duca 
coll'asta,  senza  tampoco  piegare  la  persona,  non  essendo  sud- 
dito di  lui.  Indi  venne  il  Benzone,  inoltrando  a  passo  rego- 
lare su  negro  cavallo.  Vestiva  bruna  armatura,  sventolavanirli 
sul  cimiero  negre  piume.  Stimò  cosi  abbigliarsi  a  ricordare 
le  sue  vicissitudini  e  fors' anche  a  corrotto  del  padre.  Ap- 
pressossi  alla  tenda  ducale,  salutò  coll'asta,  ma  non  piegò  la 
persona.  Allora  Filippo  si  morse  le  labbra.  Il  Maestro  del 
campo  avvicinatoglisi ,  disse  :  Bel  cavaliere ,  richieggono  le 
buone  regole  che  alziate  la  visiera  !  —  E  che  ?  rispose  Ven- 
turino,  non  debbo  io  essere  uno  straniero,  un  incognito  cava- 
liere? —  Più  non  lo  siete!  Il  Principe  ha  palesato  il  vostro 
nome  !  —  Ven turino  si  scoprì,  e  la  curiosità  di  tutte  le  donne 
fu  appagata  fissando  quella  smunta  ma  simpatica  fisonomia 
perfettamente  consonante  al  bel  taglio  del  corpo.  Fra  le  tante 
una  dagli  occhi  cerulei  e  dalla  bionda  chioma,  sedente  nei 
primi  posti  d'onore,  ne  restò  sorpresa,  come  se  Cupido 
l'avesse  colpita  col  suo  strale.  Anche  l'arrogante  avversario 
lo  guardava  in  atto  di  beffarda  compassione  e  pensava  come 
poco  avrebbe  a  travagliarsi  per  vincere  quel  semi-cadavere 
tolto  di  sepoltura.  E  qui  si  osserva  come  il  Duca  dovette 
manifestare  nome  e  titoli  del  Benzone,  perchè  il  Gonzaga  si 
degnasse  scontrarsi  con  esso  in  questo  amichevole  certame 
ad  aste  spuntate.  I  due  guerrieri,  fattisi  i  saluti  d'uso,  spro- 
narono i  destrieri  e  andarono  tre  volte  intorno  al  campo 
più  ratto  che  di  galoppo,  fermandosi  nel  mezzo  a  distanza 
convenevole.  Poste  l'armi  in  resta,  mossero  impetuosamente 
ad  incontrarsi.  L'urto  fu  tremendo,  ambo  si  alzarono  in  sul- 
l'arcione e  nulla  più.  Più  volte  si  rinnovarono  le  prove  e 
maggiormente  la  stizza  infuocava  gli  animi  de'  combattenti} 
a  ma  alla  fine  il  Benzone  investì  sì  forte  l'avversario  nell'elmo, 
che  lo  riversò  col  cavallo  a  terra  s?.  Gli  applausi  furono  cla- 
morosi, universali.  La  bella  dalle  treccie  d'oro  gridava  :  Premio 


55 


—  23  — 

al  prode  cavaliere  vincitore!  —  e  quell'entusiasmo  manife- 
stava lo  stato  del  suo  cuore.  Il  Duca  sbalordito  ,  ma  sod- 
disfatto del  bel  colpo ,  dimenticava  gli  antichi  rancori,  come 
pure  la  testé  mancata  osservanza  del  dovuto  inchino. 

Gli  assistenti  soccorsero  il  caduto:  il  Maestro  del  campo, 
complimentato  il  vincitore,  e  circondatolo  con  numeroso  stuolo 
di  valletti,  lo  condusse  alla  presenza  del  Duca,  il  quale  toltosi 
dal  seggio  andò  al  parapetto  della  tenda.  Con  parole  cortesi 
e  di  lode  gli  offrì  la  bandiera,  indi  soggiunse:  Questa  sera, 
conte  Benzone,  vi  aspetto  a  palazzo!  —  11  giovane  fece  un  atto 
affermativo,  e  questa  volta  non  mancò  air  inchino.  L'inna- 
morata fanciulla  dagli  occhi  cerulei  sentivasi  spinta  all'altra 
bandiera  ch'egli  doveva  ricevere  per  mano  gentile.  Ansiosa, 
irrequieta,  tendeva  a  quella,  ma  la  voce  della  madre  la  rat- 
tenne.  Non  erano  sfuggite  al  re  Alfonso  le  mosse  di  lei  nella 
cui  bellezza  si  specchiava*,  e  per  ciò  la  suggerì  a  Filippo  come 
distintamente  meritevole  di  presentare  il  premio  al  vincitore. 
Accondiscendendo  il  Duca,  essa  fu  invitata  a  prestarvisi.  Volò 
la  fanciulla  colle  gote  imporporate,  e  con  mano  tremante  pre- 
sentò la  bandiera  al  vincitore  ^  voleva  pure  accompagnare 
quell'atto  solenne  con  qualche  parola,  ma  noi  potè,  che  fu 
impedita  dai  forti  battiti  del  cuore.  Notò  il  giovine  la  confu- 
sione di  lei,  contemplò  con  diletto  le  vezzose  forme,  e  pro- 
vonne  emozione  soavissima. 

Poco  stante  i  cavallerizzi  di  Corte  vennero  col  destriero 
andaluso  di  perfetta  taglia,  ed  a  meraviglia  bardato:,  seguivanli 
i  venti  Cavalieri  inscritti  alla  Giostra.  Questi  accorrevano  ad 
onorare  in  apparenza,  ma  in  fatti  ad  invidiare  il  vincitore. 
Yenturino  montò  il  bell'andaluso,  e  fece  alquanti  giri  nello 
steccato  ora  di  galoppo,  ora  di  carriera,  ora  facendogli  mutare 
andatura,  o  costeggiare,  o  spiccar  corvette.  Colla  sinistra  mano 
dirigeva  il  destriero,  e  colla  destra  agitava  i  vessilli  di  sua 
vittoria.  Sempre  più  si  aumentarono  i  battimani:  fece  in  quel 
giorno  il  Benzone  tali  e  cotante  cavalleresche  prodezze,  che 
si  guadagnò  da  ognuno  ammirazione  e  rinomanza.' 


—  24  — 

Il  sole  volgeva  all'occaso:,  l'ombra  gigantesca  del  campanile 
di  san  Gottardo  distendevasi  nel  mezzo  del  circo:  a  queir  in- 
dizio accorgendosi  il  Duca  compera  per  farsi  notte,  ordinò  si 
desse  termine  alla  festa.  I  paggi  fecero  un  fascio  delle  ban- 
diere ed  armature,  ed  in  trionfo  scortarono  a  casa  il  campione 
vincitore,  a  suono  di  musica. 

Intanto  che  si  pugnava  e  festeggiava ,  V  ottimo  Bonicio 
Corio  nella  domestica  chiesuola  ringraziava  Iddio,  per  la 
salvezza  e  vittoria  del  caro  nipote.  Egli  era  sommamente 
martoriato  dal  pensiero,  che  il  forte  avversario,  non  avuto 
riguardo  alla  qualità  della  pugna  ,  tentasse  ucciderlo:,  fuor- 
ché sperando  negli  ajuti  del  cielo ,  non  trovava  conforto 
all'ambascia.  La  sua  pietà  avevagli  consigliato  Un  po'di  quiete:, 
stava  genuflesso  terminando  con  fiducia  la  preghiera,  quando 
gli  parve  udire  lontana  armonia.  Poco  dopo,  grondante  di 
sudore,  confuso,  giunse  il  suo  fedele  Ambrogio  ch'era  stato 
mandato  alla  Giostra  perchè  ne  riferisse  l'esito:,  e  tanto  era- 
sene  dilettato,  che  si  partì  poco  prima  del  fine.  Conscio  il 
buon  vecchio  d'aver  tardato  a  portare  la  fausta  novella  al 
padrone,  accelerò  il  passo  in  modo  di  restarne  quasi  soffocato, 
non  volendovi  breve  trottata  per  recarsi  dal  luogo  del  torneo 
a  sant'  Agnese.  L'  aspetto  di  lui  non  presagiva  male:,  era  anche 
lieto,  e  faceva  gesti  di  meraviglia :,  voleva  parlare,  ma  non 
poteva  pel  respiro  affannoso,  e  con  gran  stento  ripigliava  il 
fiato.  Impazientito  Bonicio:  In  nome  del  cielo,  che  ne  fu?  — 
1/ altro  potè  finalmente  esclamare:  Vincitore!  — Frattanto  i 
festivi  suoni  si  avvicinavano;  portatisi  entrambi  al  verone  di 
strada,  videro  Yenturino  come  in  trionfo  frammezzo  alla  gente 
di  Corte  ed  al  popolo  festeggiante.  A  tale  spettacolo  l'amoroso 
zio  quasi  stupefatto  pianse  d'allegrezza. 

Il  giovine  eroe,  sceso  d'un  salto  da  cavallo,  corse  fra  le 
braccia  del  giubilante  vecchio,  e  quel  momento  fu  per  essi  e 
per  gli  astanti  commoventissimo.  Poiché  ebbe  saziato  il  desi- 
derio di  lui  con  breve  narrazione  della  pugna,  veniva  da  esso 
persuaso  al  riposo,  ed  egli  rispondeva:    essersi    bensì   molto 


—  25  — 

affaticato,  ma  averne  avuto  grande  conforto  quando  per  mano 
di  vaghissima  e  nobilissima  giovinetta  ricevea  la  bandiera  of- 
fertagli dal  bel  sesso.  Soggiungea  come  il  Duca  lo  invitasse 
alla  serata  di  Corte,  né  gli  convenisse  mancarvi.  Fra  sé  poi 
pensava  che  avrebbe  colà  riveduta  quella  leggiadra  fanciulla, 
che  tanto  stava  fitta  nella  sua  mente,  e  più  nel  suo  cuore. 


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—  26  — 

CAPITOLO  III. 

Festa  notturna  alla  Corte  Ducale. 


A  salvarmi  dalla  taccia  di  sognatore,  che  per  avventura  po- 
trebbemi  venire  apposta,  dovendo  in  pari  tempo  mostrare  il 
duca  Filippo  Visconti  altrettanto  cortese  e  benefico,  quanto 
fu  duro  con  Venturino  Benzone,  invoco  la  Storia  su  cui  si 
appoggia  l'orditura  di  questo  mio  Racconto.  Non  ne  faranno  le 
meraviglie  coloro,  i,  quali  sono  persuasi  esservi  una  suprema 
volontà  moderatrice,  ed  arbitra  delle  umane  vicende,  la  cui 
giustizia,  ben  di  sovente  anche  quaggiù,  suole  innalzare  Top- 
presso,  abbassar  l'oppressore.  Il  persecutore  Carmagnola  mo- 
riva da  infame*,  il  Benzone  ora  cessava  d'essere  infelice,  anzi 
saliva  a  gloria.  Dopo  una  vita  squallida,  penosa,  le  idee  del 
giovane  s'informano  a  dolcezza,  all'amore,  in  mezzo  a  tanti 
applausi  ed  onori.  Rammaricavasi  egli  della  scemata  venustà 
di  sua  persona,  della  smarrita  vivacità  di  spirito,  e  temea  che 
le  belle  più  non   trovassero  in  lui  di  che  invaghirsi. 

Riposatosi  e  reficiatosi  alquanto,  la  giovanile  vanità  rina- 
scente lo  portò  a  pensare  in  qual  modo  sarebbesi  abbigliato 
per  meglio  comparire  al  convegno  regale.  Poc'anzi,  quando 
n'ebbe  invito  dal  Principe,  lo  accettava  per  modo  di  buona 
creanza,  ma  tostochè  lo  ferirono  due  begli  occhi  ed  un  an- 
gelico volto,  non  rinuncierebbe  alla  serata,  quand'anche  gli 
avesse  a  costare  nuovi  disagi  e  catene.  Occorse  al  suo  pensiero 
d'indossare  la  squisita  armatura  guadagnata  alla  pugna,  ma 
lo  dissuase  lo  zio.  Era  annunciata  per  quella  sera  una  splen- 
dida adunanza  di  dame  e  cavalieri,  ove  uomini  di  Corte  con 
piacevolezza  di  atti,  di  parole  e  di  graziosi  giuochi  l'avrebbero 
intrattenuta:^  disdiceva  perciò  vestire  spoglie  guerriere.  Come 


—  27  — 
dunque  trovare  il  bisognevole?  Ventanno  di  tatto  mancava. 
L'uso  de5 nostri  antichi  spianava  facilmente  tale  difficolta. 
Sì  come  le  ceneri  di  essi  in  urne  marmoree,  anche  le  loro 
vestimenta  si  custodivano  nelle  guardarobe  ,  potevano  bensì 
le  tignuole  distruggerle  col  volger  degli  anni,  ma  riputa  vasi 
quasi  sacrilegio  alienarle.  Ivi  Venturino  scelse  quell'abito  che 
più  gli  attagliava,  e  ve  n'erano  di  magnifici,  avvegnaché  i 
Gorii  sempre  pompeggiavano  a  Corte.  Ma  ve' come  si  fa  grande 
la  vampa  della  vanità,  quando  amore  ne  fonda  ne' petti  una 
scintilla!  Poiché  si  fu  vestito,  consigliandosi  con  un  grande 
specchio,  compiacevasi  di  sé  medesimo,  e  ben  poco  diverso 
parevagli  essere  d' allorquando  vezzeggiava  le  belle  di  Venezia. 
Intanto  che  stava  in  queir  atteggiamento,  sopraggiunse  lo  zio} 
sostò  quasi  estatico  a  mirarlo,  indi  esclamò:  E  desso }  pro- 
priamente tal  quale  mio  padre  !  Con  quel  vestito  medesimo 
venne  ritratto!  Perfettamente  lo  ricorda  anche  la  sua  fisono- 
mia!  —  Di  mano  in  mano  intenerivasi  il  buon  vecchio,  gli  si 
facevano  tumidi  gli  occhi ,  né  potè  ristarsi  dall'  abbracciarlo. 
Dopo  averlo  di  nuovo  contemplato:  Quest'abito,  disse,  si 
giudicherebbe  fatto  sul  tuo  dosso,  e  per  la  pomposa  festa  a 
che  sei  chiamato.  Ma  tu  ne  farai  maggior  pompa  dell'avo  tuo:, 
a  te  spettano  altri  decorosi  abbigliamenti  non  concessi  ai 
Corii!  —  Ciò  detto,  aprì  un  forziere,  ne  cavò  un  elegante 
cofanetto  coperto  di  velluto  cilestro,  e  consegnandolo  a  lui  :  Non 
per  rattristarti  in  questi  momenti,  ma  ad  onore  di  tua  persona 
ti  rendo  i  preziosissimi  ornamenti  del  padre  tuo  !  Ciò  è  quanto 
potè  salvare  l'ottima  A_mbrosina,  allorché  Giorgio  abbandonava 
Crema.  La  collana  con  grande  medaglia  di  San  Marco  è  tua 
per  successione.  L'altra  con  stemma  imperiale  e  biscia  Viscontea, 
già  data  al  primo  Conte  di  Crema  ,  non  dovrebbe  esserti 
interdetta  se  il  Duca  ti  appellò  Conte  presentandoti  la  ban- 
diera, e  se  per  tale  ti  hanno  anche  proclamalo  i  banditori 
della  festa  per  tutta  Milano.  Sa  Dio  qual  contentezza  io  senta 
nel  cingerti  di  queste  onorifiche  insegne!  Esse  ridestino  in 
te  le  sopite  maniere  gentili,  soavi,  onde  si  persuada  ognuno. 


—  28  — 

^essere  iì  conte  Venturino  Benzone  quanto  forte  e  valoroso, 
altrettanto  cavalier  garbato  !  —  Così  parlava  Bonicio  mentre 
il  sorpreso  giovane  considerava  que'magnifici  arredi  :,  e  ne  fu 
sommamente  grato  allo  zio,  e  alzati  gli  occhi  al  cielo,  con 
affettuoso  pensiero  ringraziava  Y  ottima  madre  d'  averglieli 
conservati. 

Sebbene  il  Corio  non  frequentasse  la  Corte  quando  vi  erano 
rumorosi  trattenimenti,  non  potè  questa  volta  mancarvi  per 
attestare  la  sua  riverenza  e  gratitudine  al  Duca,  e  spalleggiare 
il  nipote  sicché  per  distrazione  non  ommettesse  i  cortigiane- 
schi atti  voluti.  Conoscendo  inoltre  dovere  principalmente  al 
Lampugnano  il  fortunato  cambiamento  del  Duca,  credette  bene 
saziare  anche  l'ambizione  di  lui  che  stava  nelle  anticamere  in 
magnifica  assisa,  presentandogli  amichevolmente  il  Venturino, 
e  raccomandandoglielo  nuovamente  per  ogni  caso  futuro. 

Cavalcando  a  passo  dignitoso,  scortati  da  molti  staffieri,  si 
portarono  a  palazzo.  L'accorto  cameriere  fu  il  primo  ad  in- 
contrarli, s'inchinò  profondamente,  e  vóltosi  al  giovine:  Viva 
il  valorosissimo,  nobilissimo  eroe,  gloria  ed  onore  delle  armi 
Viscontee!  — Venturino  gli  stese  amichevolmente  la  mano,  e 
quando  l'altro  la  ritrasse  stringeva  un  pugno  di  scudi  d'oro. 
Con  uno  sprofondamento  di  tutta  la  persona  il  Lampugnano 
mostrò  quanto  fossegli  grato^  indi  facendo  largo  ad  ogni  porta 
munita  di  alabardieri  furono  introdotti  nella  grande  sala,  ove 
due  distinti  patrizi  erano  incaricati  a  ricevere  gì'  invitati. 

Seduto  rimpetlo  ad  ampia  finestra  il  Duca  si  ricreava  della 
brezza  notturna,  e  considerava  lo  smaltato  ammanto  del  fir- 
mamento. Interrogava  del  nome  degli  astri  che  più  vividi 
brillavano,  ma  nessuno  lo  sapeva  soddisfare.  A  que'clì  l'astro- 
nomia scambiavasi  in  astrologia  giudiziaria:,  i  cultori  di  que- 
st'arte chimerica  traendo  molto  lucro  dalla  dappocaggine  dei 
grandi  e  dei  piccoli,  la  spargevano  di  mistero,  procurando 
persino  si  ignorasse  il  nome  degli  astri.  I  due  arrivati  si  fecero 
innanzi,  e  dopo  i  dovuti  inchini,  Bonicio  prese  così  a  com- 
plimentare il  Duca:  Compresi  da  viva  riconoscenza  accogliamo 


—  29  — 
per  sommo  favore  V  invito  fattoci  dalla  magnificenza  del  nostro 
Principe.  Questo  pegno  di  rara  clemenza  è  per  Veri  turino 
Benzone  più  apprezzabile  che  non  i  sontuosi  doni  in  que- 
st'oggi ricevuti  dalle  sue  mani.  Il  graziato  giovane  consacra 
ai  voleri  del  duca  Filippo  Visconti  la  lancia,  la  spada,  tutto 
sé  stesso!  —  Mostrassi  il  Duca  soddisfatto:,  e  vóltosi  al  Ven- 
turino  :  Assai  dilettevole  giornata  m'  avete  fatto  godere*,  le 
vostre  prodezze  giustificarono  la  potenza  del  Duca  di  Milano, 
e  quegli  che  vinceste  non  iscorderà  sin  che  viva,  d'aver  morso 
la  terra  di  Milano  per  opera  del  vostro  braccio.  La  sua  caduta 
vuol  costargli  una  perpetua  storpiatura.  —  Confuso  il  giovine 
del  lusinghiero  accoglimento  stava  per  rispondere,  ma  venne 
interrotto  dal  fruscio  dei  circostanti.  Uno  stuolo  di  paggi 
precedeva  il  Re  d'Aragona  abbigliato  in  tutta  pompa-,  il  Duca 
fece  alcuni  passi  ad  incontrarlo,  e  si  scorse  fra  que'  Principi 
una  amichevole  famigliarità. 

Il  Re  che  con  grande  ammirazione  aveva  riguardato  Ven- 
turino  alla  Giostra,  lo  conobbe  tosto*,  gli  tributò  sue  lodi,  e 
soggiunse:  Bel  colpo  faceste,  o  prode  cavaliere,  e  ne  aveste 
eziandio  bellissimi  premii  dal  signor  vostro*,  ma  quella  bianca 
bandiera,  mi  penso,  siavi  fra  tutti  il  più  prezioso!  la  sor- 
prendente bellezza  di  lei  che  ve  la  porse,  la  viva  espressione 
di  quel  volto  angelico,  affò,  vi  debbono  avere  toccato  molto 
addentro!  —  Il  giovine  rimase  stordito  come  gli  si  leggesse 
in  cuore*,  abbassò  gli  occhi,  e  la  sua  smorta  fisonomia  si 
tinse  in  rosso. 

Persuaso  essere  i  miei  lettori  desiosi  di  meglio  conoscere 
T avvenente  presentatrice  della  bandiera,  lasceremo  per  poco 
la  splendida  ricreazione,  e  andremo  in  cerca  di  lei. 

L'Astigiana  contessa  Massimilla  degli  Asinai,  signora  di 
Boldesco,  madre  della  bella  Agnese  dagli  ocelli  cerulei  e 
dalla  bionda  chioma,  tornò  a  casa  dallo  spettacolo  assi  incol- 
lerita verso  la  figliuola,  essendosi  a  parer  suo  comportata  non 
confacevolmente  a  "suoi  principii.  La  rimbrottò  aspramente,  e  : 
A  che,  diceva,  quelle  smanie,  quegli  strepiti?  Credevate  es- 


—  30  — 

sere  nel  grande  cortile  del  nostro  castello  quando  i  villani 
nel  dì  di  s.  Rocco  salgono  sull'albero  per  contrastarsi  il 
premio  della  cuccagna?  —  Ah!  cara  madre  mia,  rispondeva 
quell'anima  schietta,  dentanti  giovani  elisio  vidi,  nessuno  vi 
fu  che  mi  toccasse  così  profondamente  il  cuore!  Quando  il 
Benzone  alzava  la  visiera,  il  languore,  la  dolcezza  di  quella 
fisonomia....  era!....  —  Basta,  basta!  P interruppe  la  madre:  la 
bella  fanciullaggine  commetteste  in  pubblico!  Mancaste  delle 
dovute  convenienze  allo  spettabilissimo  convegno!  Anche  a 
me  se  ne  darà  colpa,  ma  non  vi  torro  più  meco,  in  fede  mia, 
ad  altri  spettacoli  ! 

Dopo  questo  esordio,  non  poco  durò  la  sgridata,  ed  in  fine 
la  stizzosa  madre  decretava  che  non  sarebbero  intervenute  alla 
conversazione  di  Corte.  La  determinazione  forse  era  giusta, 
forse  sentiva  d'eccessivo  rigore,  ma  realmente  stavaci  sotto 
un  importante  motivo.  Temeva  la  Contessa  che  si  alimentasse 
nella  figlia  la  concepita  affezione  per  un  cavaliere  privo  di 
beni  di  fortuna;  nella  sua  mente  destinavala  a  talamo  dovi- 
ziosissimo. 

Perduta  la  speranza  di  vedere  dav vicino  l'amato  giovine, 
Agnese  desolata  tolsesi  di  dosso  le  ricche  vestimenta,  sedette 
al  fianco  del  letto  singhiozzante  e  pensosa  deplorando  la  sua 
mala  sorte.  La  Contessa  castigando  la  figlia  puniva  anche  sé 
medesima  molto  tenera  ancora  de' feste  voli  trattenimenti,  es- 
sendo tuttavia  florida  e  galante.  Tentava  occuparsi  a  distrarre 
il  suo  malumore,  ma  sempreppiù  l'accidia  l'opprimeva;  quando 
una  servente  entrò  e  disse  :  Il  cameriere  maggiore  di  Sua 
Magnificenza  il  duca  Filippo  chiede  parlare  alla  Contessa  di 
Boldesco;  dalla  premura  che  manifesta,  direbbesi  molto  im- 
portante l'affare!  —  Venga,  rispose  la  dama.  Il  Lampugnano 
si  presentò  con  rispettosi  ed  affettati  modi  cortigianeschi,  e 
così  si  espresse  :  Il  potentissimo  mio  signore,  il  duca  Filippo 
Visconti,  manda  a  vedere,  se  per  trista  avventura  sia  soprag- 
giunto alcun  male  alle  rispettabili  sue  invitate  Astigiane, 
perchè   non    possa nojlecora re  la  serata  di  loro  presenza.    E 


—  31  — 
sentenza  del  mio  Principe,  e  di  tutti,  che  manchi  al  nobi- 
lissimo convegno  Y  ornamento  più  decoroso,  non  essendovi  la 
contessa  Massimilla  di  Boldesco,  ed  il  più  leggiadro,  man- 
cando lei  che  meritò  di  offrire  la  bandiera  all'1  eroe  vincitore 
della  Giostra^  essa  dev'essere  la  regina  della  notturna  festa, 
onde  le  cetre  de1  Menestrelli  staranno  mute  finché  non  com- 
parisca ! 

Nacque  grande  conflitto  nell'animo  della  Dama  all'amba- 
sciata di  costui^  le  nobili   convenienze  chiamavanla  a  Corte, 
e  P  altro   ambizioso   riguardo  ne  la  distoglieva.  Mentre  stava 
irresoluta,  apertasi  una  porta,  comparve  Agnese  chiedendo  se 
doveva  assettarsi  per  andare  alla  festa.  Alla  madre  pel  dispetto 
vennero  le  vertigini,  credeva  trasognare,  e  stava  per  mandar 
fuori  un  rabbuffo,  ma  si  contenne,  anzi  mostrandosi  quanto 
potè   meno    confusa   e  simulando    dolcezza:    Ma   bene  il  sai, 
figliuola    mia,    dipendere  dalla  tua  indisposizione  l'andare,  o 
mandare  al  graziosissimo  Duca  le  nostre  scuse!   Agnese  non 
appena   ebbe   udita    quella   risposta,  giubilante   scomparve,  e 
P  astuto  cameriere,  che  non  stava  tanto  a  fidanza  della  Con- 
tessa, soggiunse:  La  notte  è  tarda  e  buja}  permetterà  ella  che 
io  le  sia  di  scorta  a  palazzo}  ho  meco  buon  numero  di  fiac- 
cole e  due  eleganti  lettighe  ond'esse  vi  giungano  come  al  loro 
grado   si   compete.    La   si   prenda    ogni   sua  comodità   eh'  io 
l'aspetterò  abbasso  colla  mia  gente.  —  L'ambiziosa  Dama  accon- 
discese, e  tantosto  chiamò  le  ancelle  per  la  sontuosa  toilette. 
Affinchè  non  sembri  inverisimile  l'apparizione   dell'Agnese 
in  mezzo  al  colloquio  della  madre  e  del  Lampugnano,  biso- 
gna sapere  come  Venturino  non  vedendo  arrivare  la  deside- 
rata giovinetta,  provò  in  sé  stesso  tale  affannosa  inquietezza 
da  non  poter  resistere.  Dubitando  che  per  isbaglio  non  fosse 
stata  invitata,  si  tolse  di  sala  e  andò  dal  cameriere  a  fargliene 
inchiesta.   Quegli  giurò    d'avergliene   fatto   il   più    caldo   in- 
vito, e  scorgendo  il    giovane    cotanto   sconvolto    indovinò   la 
cagione.  Ah!  no,    per  Mercurio,  gridò,  non  saprei  che  pen- 
sare di  tale  mancamento!  V.   S.  stia  di  buon  animo;  in  breve 


—  32  — 
andrò  da  quelle  Dame  e  sì,  per  Ercole,  ve  le  conduco!  — 
Partì  air  istante,  e  giunto  alla  casa  trovò  la  servente  da  noi 
conosciuta,  dalla  quale  il  destro  in  ogni  maniera  di  furberìe 
seppe  cavare  bastevoli  lumi  e  manifestò  ad  essa  in  tutta  con- 
fidenza l'oggetto  di  sua  venuta.  La  cameriera,  dopo  l'amba- 
sciata alla  Contessa,  volò  a  informarne  la  padroncina. 

Al  Lampugnano  ed  accompagni  furono  presentate  squisite 
vivande,  i  migliori  vini  spumanti  de' beati  colli  Astigiani} 
e  così  non  ebbero  a  provar  noja  nell'indugio,  che  non  fu  breve, 
perchè  l'elegante  Dama  si  mettesse  in  assetto.  Non  dirò  con 
qual  garbo  e  buon  ordine  il  cameriere  disponesse  le  lettighe, 
e  distribuisse  le  incumbenze  a'suoi,  che  era  maestro  di  tali 
funzioni,  anzi  patentato  cerimoniere  del  Duca.  La  comitiva 
procedette  diligentemente,  silenziosa,  e  i  portatori  fecero  pompa 
di  velocità.  Arrivata  dentro  la  soglia  del  palazzo  Ducale,  il 
Lampugnano,  cavato  un  piccolo  strumento  di  cui  era  munito, 
fischiò;  da  molte  porte  sbucò  nel  cortile  una  caterva  di  do- 
mestici con  magnifiche  livree,  i  quali  con  accese  torcie  di  cera 
scortarono  le  due  Dame  sino  all'anticamera.  Tale  era  il  rice- 
vimento competente  al  Duca  o  ai  Principi  coronati,  e  che  per 
eccezione  e  straordinaria  circostanza  facevasi  alle  Feudatarie 
di  Boldesco.  Non  so  dire  se  il  Visconti  ne  fosse  conscio 5  co- 
munque si  fosse,  Oldrado  Lampugnano  sapeva  sempre  giu- 
stificare presso  il  padrone  qualunque  suo  capriccio. 

Apparvero  finalmente  al  circolo  le  belle  Astigiane.  La  ve- 
dova Contessa,  tuttavia  fresca  nella  sua  maturità,  era  d'  ala- 
bastrina carnagione,  d'occhio  vivace,  di  maestoso  portamento. 
Vestiva  un  sottilissimo  abito  serico,  trapuntato  a  fiamme  d'oro. 
Ornavanle  il  collo ,  le  braccia,  il  seno  preziosissimi  giojelli 
sfolgoranti  così  da  sembrare  una  regina.  La  giovinetta  figlia, 
semplicemente  abbigliata,  spiccava  per  naturale  beltà.  Non 
toccava  Agnese  il  terzo  lustro  :,  era  di  statura  mediocre  ma 
giusta,  pienotta  di  forme  anzichenò  e  di  regolarissimi  pro- 
fili \  candidissima  la  carnagione,  cosparsa  di  quel  roseo  che 
dinota    una    sanità    perfetta.    La    ricchissima   di   lei    capiglia- 


—  33  — 
tura  in  belle  treccie  disposta,  parte  attorniavate    le    terapia, 
parte  ricadevate  sulle  spalle  coperte    da    invido    velo.    Sotto 
ben  disegnate  ciglia  splendevano  due    occhi    cerulei,    vivaci, 
espressivi,  in  quel  momento    resi  più  seducenti  dal  poc'  anzi 
sofferto  cordoglio,  che  davanle  la  sembianza  di  fresca  rosa  già 
piegata  sullo  stelo  dall'acquazzone,  indi  resa    più    olezzante, 
più  vivace  da  benefico  raggio  di  sole.  Contraccambiati  i  com- 
plimenti coli1  ammirata  società  sedettero,  e  i  più  distinti   per- 
sonaggi le  attorniarono.  Il  Re  prigioniero,  fattosi  far  piazza, 
prese  posto  in  mezzo  ad  esse,  ed    era    beato   di    discorrerla 
colla  madre  e  pascer  gli  occhi  nella  figliuola.  Poco  dopo  an- 
che il  Corio  fece  parte  di  quel    corteggio,    e    andava   fra  se 
pensando   quanta  riconoscenza  dovesse  alla  Divina  Benignità 
che  in  buon  punto  avea  reso  libero  il  nipote,  amante  riamato 
da  giovinetta  cotanto  illustre,  senza  pari  in  bellezza  e  dovi- 
ziosissima. Compiacevasi  agli  scambievoli  sguardi  de'  due  in- 
namorati, ma  sentiva   pena    accorgendosi    come    la    Contessa 
con  nessuno  stesse  sul  serio,  fuorché  con  Venturino  ;  pensa- 
tane la  cagione  e  forse  P indovinava.  Il  giovane  che  sempre 
più  se  ne  innamorava,  non  fu  tra  i  primi  ad  avvicinarsele:, 
la  fissava,  ed  erane  cotanto    abbarbagliato    come    se    mirasse 
nel  sole.  Assai  tempo  ci   volle  prima  che  si  destasse  da  quel- 
l'incantesimo^ finalmente  il  potere    degli    sguardi    di    lei    lo 
attrassero. 

Il  re  Alfonso  ed  il  Corio,  rispettivamente  simpatici,  men- 
tre la  società  andava  a  diporto  per  le  magnifiche  splendenti 
sale  ammirando  i  pregiatissimi  dipinti  dèi  Giotto,  conversa- 
vano fra  di  loro.  Convenivano  appieno  nelle  idee  sulle  pas- 
sate e  presenti  vicende  d"  Italia.  Quando  furono  venuti  al 
proposito  della  Giostra  resa  straordinariamente  notabile  dalla 
trista  avventura  toccata  al  Gonzaga,  Alfonso  dissegli:  Se  una 
preventiva  promessa  non  impegna  la  mano  del  nipote  vo- 
stro, qual  fortuna  per  esso  di  ottenere  quella  dì  Agnese!  A 
cui  il  Corio:  Come  può  aver  fatta  promessa  chi  ha  consumati 
i  suoi  verd*  anni    in    una    prigione?    EU'  è    grandissima    Ibi- 


—  34  — 

tuna    che    Venturino    vada  a  genio  a  quella    giovinetta,   ma 

fra  loro  avvi  uno  scoglio,  temo,  insormontabile!  Forse  ignora 
la  reale    Magnificenza   Vostra   come  al  Benzone   colla   libertà 
non  vengono  restituiti  che  gli  onori,  non  le  sostanze  tolte  ai 
genitore  in  forza  di  confisca?  La  grandezza  della  famiglia  di 
Boldesco   richiede    un   partito   d'alta    importanza,   e  di   non 
comuni  ricchezze^  perciò,   se   male  non  mi  appongo,  dissen- 
tirebbe a  tale  unione  la  Contessa  madre,  la  quale  come  siasi 
spiegata   sino   ad  ora,  tutti  hanno  potuto  vedere.  Essa  gar- 
bata, cortese  con  tutti,  non  lo  fu  mai  con  mio  nipote!  —  E 
non  è   a   sperarsi  dalla  generosità  di  Filippo?...  —  Il  Duca 
nostro  talvolta  inclina  a  benignità,  ma  la  natura  di  quest'af- 
fare è  tale  che  o  subito  lo  si  combina,  o  giammai.  Ripatriata 
la  Contessa,  la  farà  sposa  a  qualche  facoltoso  e  potente  feu- 
datario piemontese;  pochi  non  saranno  gli   aspiranti  a  tanta 
beltà  e  ricchezza.    Col  Duca  potrebbesi  tentare  qualche  pra- 
tica   interponendo    i    conosciuti   suoi    aderenti,   ma    è  arduo 
fuor  di  misura  l'argomento  delle  reintegrazioni \  e  Crema  ben 
lo  sa  se  una  sola  ne  conti!  —    Tentare  non  est  nefaSj  disse 
il  Re,    che   ne   sapeva  anche  di  latino :,  adoperatevi  con  chi 
domina    la   volontà   di   Filippo,  che  io  pure  metterò  parole. 
In  campione  sì  valente  merita  ogni  mia  premura :,  e  se  mai 
il  vostro  Duca  non  lo  avesse  a  caro,  occuperà  un  posto  emi- 
nente nel  mio  regno.  —  Confuso  di  tanta  cordialità.  Bonicio 
non   seppe   rispondere    che  con  atto  esprimente  la  sua  rico- 
noscenza. 

Dopo  molte  ore  di  conversazione,  il  Lampugnano  intro- 
dusse nella  sala  i  Menestrelli ,  fra*  quali  i  più  celebri  non 
mancavano.  Quando  la  Fama  suonava  la  sua  tromba  enun- 
ciando giostre,  tornei,  questa  sollazzevole  genìa  cacciava  la 
strada  fra  le  gambe,  né  v'era  per  essa  lontananza  di  luogo, 
difficolta  di  viaggio:  accorreva  come  turba  di  cani  famelici  ai 

OD        / 

resti  d'una  mensa.  Cantarono  a  vicenda  sugli  argomenti  dal 
cameriere  suggeriti,  cioè:  la  potenza,  le  glorie  di  Filippo,  la 
magnificenza  della    reggia  d'Alfonso,  il    valore  del   Benzone. 


—  35  — 
la  sovrumana  beltà  di  Agnese  regina  della  festa.  Alludevano 
alla  stramazzata  del  Gonzaga,  con  somma  compiacenza  del 
Duca,  e  concludevano:  che  P imeneo  della  bellissima  Regina 
Dea  colP  invincibile  giovine  guerriero  vincitore  della  Giostra, 
avrebbe  rallegrato  Giove  e  tutti  gli  Dei  delP  Olimpo }  e  qui 
la  contessa  Massimilla  faceva  il  brutto  muso,  mentre  il  consesso 
applaudiva  clamorosamente. 

La  notte  erasi  fatta  tardissima:,  il  Duca  scomparve,  e  la  con- 
versazione ebbe  fine.  A  nessuno  più  che  ai  giovani  amanti 
parve  breve  quel  trattenimento.  Si  separarono  essi  contenti? 
Non  dobbiamo  supporlo.  Le  dimostrazioni  della  Contessa 
riducevano  a  nulla  ogni  lor  dolce  speranza.  Il  Corio  prima 
di  partire  pregò  il  Lampugnano  di  una  sua  visita  alP  indo- 
mani a  buon  mattino,  e  quel  personaggio  sempre  garbalo 
accolse  con  trasporto  P  invito. 


36  — 


CAPITOLO  IV. 


Preparativi  scgrctij  e  solenne  munificenza  del  Duca 
verso  il  rw  d'Aragona  e  Veniwrino  Benzone. 


Le  giornate  di  quelle  marziali  esercitazioni  trascorse  con 
tanta  affluenza  di  popolo,  con  si  buon  ordine  ed  universale 
allegrezza,  e,  quel  che  più  importava,  senza  che  il  sole  nem- 
manco  per  un  istante  facesse  capolino  dietro  a  leggiera  nuvo- 
letta, tutto  insieme  ridondò  ad  efficace  medicina  de1  tetri 
umori  e  degli  spaventi  del  Duca.  Egli  sentivasi  tutt1  al- 
tr'uomo,  e  ne  attribuiva  il  merito  all'impareggiabile  astrologo. 
Aveva  già  dato  segni  a  costui  di  sua  deferenza,  onorandolo 
cP  invito  agli  spettacoli  ed  ai  circoli  di  Corte}  ma  quegli  stimò 
di  non  intervenirvi,  temendo  della  sua  pelle,  se  per  avven- 
tura Giove  avesse  tuonato.  Frattanto  si  tenne  nascosto,  anzi 
esci  di  Milano,  ricomparendovi  allorquando  vide  felicemente 
riuscita  P arrischiata  sua  sentenza.  Essendo  il  Duca  ansioso 
di  tributargli  sue  lodi,  mandò  alla  casa  di  lui  F  onorarissimo 
messaggiere  Lampugnano,  invitandolo  a  recarsi  al  palazzo. 
Ivi  ebbe  con  esso  lunga,  segreta  conferenza }  riportò  i  sensi 
del  padrone,  ed  aggiunse  del  proprio  importantissime  com- 
missioni. 

Rivedendo  il  Palermitano,  esultò  Filippo,  e  rimproverollo 
di  non  aver  partecipato  anch^esso  agli  spettacoli.  Mostrossene 
P altro  corrucciato,  poscia  con  tuono  magistrale  rispose:  Crede 
forse  il  mio  potente  signore  che  chi  vuol  conoscere  le  cose 
di   lassù   possa    omettere   le    osservazioni    degli   astri  quando 


—  37  — 

splendono  limpidi  nell'azzurro  deicidi?  Crede  egli,  che  dalle 
varie  e  strane  macchie  del  sole  non  se  ne  deducano  sicure 
conseguenze  intorno  a  quanto  si  va  cercando?  Sappia  la 
Magnificenza  Vostra  come  tutti  gli  spettacoli  terreni  per  noi 
sono  un  nulla $  dessi  si  ponno  riprodurre  quando  si  voglia, 
ma  i  segni  celesti  sfuggono  e  non  ritornano!  — -  Ma  quale 
era  lo  scopo  di  così  attente  osservazioni,  o  maestro?  —  La 
Magnificenza  Vostra  bramò  conoscere  i  giorni  che  non  sa- 
rebbero turbati  da  sconvolgimenti  atmosferici,  e  furono  da 
me  precisati.  Mi  venne  in  seguito  capriccio  d'indagare  se  la 
pugna  infine  risulterebbe  a  gloria  dei  nostri  cavalieri,  e  n'ebbi 
certezza.  Un'  ignea  meteora  splendette  sul  vertice  celestiale 
della  vostra  Milano,  ed  appena  si  mosse  fu  anche  spenta } 
così  il  benefico  influsso  non  si  dissipò  per  le  strade  del 
firmamento,  ma  piovette  sul  braccio  d'un  campione,  destro 
Ixmsì  ma  di  forze  scemo,  mirabilmente  lo  rinvigorì,  e  fece 
quel  portentoso  colpo. 

Con  queste  e  simili  bagattelle  l'astrologo  infinocchiava  il 
suo  signore,  e  tanto  più  se  ne  sentiva  in  voglia  veggendolo 
cotanto  attento  e  persuaso.  Com'era  ben  naturale,  volle  Fi- 
lippo sapere  alcuna  cosa  anche  intorno  a  sé  slesso:,  pertanto 
si  fece  ad  interrogarlo  :  Da  quale  costellazione  dipendono  i 
miei  destini? 

L' interrogazione  non  poteva  capitare  più  opportuna  all' in- 
tendimento propostosi  dall'astrologo,  dietro  preghiere  e  pro- 
messe del  Lampugnano*,  perciò  rispose:  Venere  colla  dolcezza 
di  sue  rugiade  vi  cosperse  !  Alla  piena  felicità  del  mio  Principe 
non  mancano  che  gli  influssi  della  Bilancia,  costellazione  tu- 
telare dei  re.  Quando  un  potentato  la  fa  traboccare  col  pondo 
di  sua  clemenza,  la  divina  Astrea  lo  accoglie  in  protezione 
e  ne  infiora  la  vita  d'umana  beatitudine.  Giustizia  e  Cle- 
menza nacquero  gemelle:,  anzi  taluno  degli  antichi  sapienti 
pretende  nascessero  congiunte  l'ima  all'altra  in  modo  indi- 
visibile. La  benignità  del  nostro  signore  duca  Filippo  non 
è  a  revocarsi    in    dubbio,    ma   essa    sempreppiù    faccia   di  sé 


—  m  — 

pubblica  dimostrazione!  —  Forse  un  fanciullo,  ben  disposto 
ad  apprendere  una  dilettevole  storiella,  non  sarebbe  stato 
cotanto  in  attenzione  ad  ascoltare  la  sua  nonna,  come  vi 
stette  Filippo.  Sfoggiata  dal  letterato  astrologo  la  sua  impa- 
stocchiata erudizione,  fatto  un  profondissimo  inchino,  pren- 
deva le  mosse.  Il  Duca  ben  volentieri  avrebbe  tirato  innanzi, 
desiderando  che  l'astrologo  continuasse ,  ma  quegli  addusse 
somma  premura  di  osservare  le  macchie  del  sole  che  ornai 
splendeva  nell'ora  meridiana. 

Mi  scordava  di  soggiungere,  come  alla  cantafavola  or  ora 
spacciata  dal  Palermitano  vi  fosse  ascoltatore  il  cameriere. 
Egli  non  intendea  colla  mente  alla  poesia  dell'amico ,  ma 
bensì  coll'occhio  a  conoscere  le  sensazioni  del  proprio  signore. 
Filippo,  dopo  non  breve  meditazione,  vóltosi  a  lui,  esclamò  : 
Grand' uomo  è  colui!  Come  piacevolmente  scrive  le  sue  No- 
velle, parla  eziandio  con  scienza  profonda  delle  cose  celesti: 
Tu  lo  ascoltavi  con  più  attenzione  e  rispetto ,  che  non 
avresti  fatto  assistendo  alla  predica  del  decantato  padre  Ber- 
nardino ! 

—  In  verità  ne  sa  una  di  più  del  diavolo,  anzi  gli  è 
cento  volte  superiore,  avendo  corrispondenza  anche  col  cielo  ! 
Non  ho  per  altro  compreso  un  certo  garbuglio  allorché  egli 
finiva  il  discorso.  Parlava  di  giustizia,  di  clemenza:,  ci  entra- 
vano le  gemelle  Astreghe.  ...  Già  sa  il  mio  buon  padrone 
che  io  sono  un  ignorante $ . . .  e  poi  si  sa  che  in  ogni  scienza 
vi  sono  de'misteri.  Buono  per  la  Magnificenza  Vostra  se  l'ha 
potuto  capire! 

Sorrise  il  Duca  alla  semplicità  di  lui,  ch'era  affettata,  indi: 
Ma  non  ti  pare  ch'io  sia  giusto,  ed  anche  benefico?  Non  ne 
diedi  prova  poc'anzi ,  togliendo  dal  carcere  un  nemico  cui 
dovevasi  la  morte?  Il  Benzone  non  ebbe  la  mia  grazia,  ed 
un  posto  distinto  fra'iniei  grandi  alla  Corte  ?  —  Qui  ti  vo- 
leva! pensò  l'altro  fra  sé,  e  tosto  soggiunse:  Mentirebbe  per 
la  strozza  chi  negasse  questo  tratto  di  generosità,  comprovante 
l'animo  pietoso  del  mio  buon  padrone,  di  cui  le  stelle  fecero 


—  39  — 
testimonianza,  come  l'astrologo  assicurò.  Lo  ripeto,  io  sono 
un  povero  ignorante }  ma  dai  libri  che  lessi  mi  convinsi,  es- 
sere le  stelle  situate  a  grande  altezza,  donde  veggono  molto 
addentro  nelle  umane  cose:  a  quanto  pare,  la  Magnificenza 
Vostra  non  le  ha  ancora  appagate! 

—  E  chi  potrebbe  dirmi  che  cosa  pretendono  di  più?  Che 
cosa  manca  a  perfezionare  Patto  di  clemenza  da  me  usato  al 
Benzone ? 

—  Non  è  difficile  indovinarlo,  e  per  verità  consiste  in  una 
bagattella!  Il  bravo  giovane  è  innamorato  cotto:  abbisogna 
di  moglie  e  de'mezzi  per  divenire  sposo  ! 

—  Dunque  vogliono  gli  astri  eh'  io  sia  anche  paraninfo  ! 
Ma  poffare  il  cielo,  ti  sta  molto  a  cuore  il  Benzone  ! 

—  Non  io  solo,  ma  tutta  Milano  è  incantata  di  sue  pro- 
dezze straordinarie,  miracolose;  e  a  dirvela  schiettamente,  si 
attende  dalla  grandezza  vostra  che  siagli  resa  la  patria  e  le 
sostanze. 

Filippo  si  atteggiò  a  sorpresa,  a  compiacenza,  e  nulla  ri- 
spose. Parve  al  prezzolato  oratore,  che  lo  conosceva  da  tren- 
tanni, d'averlo  scosso  quanto  bastava:,  onde  pieno  di  spe- 
ranza ,  prese  licenza  e  se  ne  andò  pe'  fatti  suoi. 

Per  due  giorni  non  fu  visibile  il  Duca  dopo  la  Giostra:, 
temevasi  fosse  ricaduto  nella  vecchia  malattia  degli  spaventi, 
delle  melanconie,  ma  così  non  era^  occupa  vasi  in  segretissimo 
abboccamento  coll'astrologo ,  col  cameriere  e  co' suoi  cancellieri. 
Era  gran  tempo  che  Milano  non  aveva  veduto  cotanta  mol- 
titudine di  forestieri,  e  ciò  avveniva  mercè  il  buon  accordo 
che  regnava  in  quel  momento  fra  il  Visconti  ed  i  limitrofi 
Potentati.  Dopo  l'ultimo  spettacolo  molti  partirono,  ma  le 
persone  spettabili,  riconoscenti  al  magnifico  signore  clie  le 
aveva  ammesse  al  suo  padiglione  e  al  circolo  di  Corte,  vole- 
vano complire  con  esso  prima  d'andarsene.  Anche  alla  con- 
tessa Massimilla  premeva  ritornare  alle  sue  castella,  sempre 
tenendo  per  fermo  che  l'aria  di  Milano  non  conferisse  all'Agnese^ 
ma  inutilmente  aveva  te  1  tato  di    far   la    visita    di    congedo, 


—  40  — 
mentre  a  tutti  si  diceva.,  che  il  Duca  era  impedito.  Molto  se 
ne  rammaricò  la  Dama,  ma  non  sapea  trovare  ripiego.  Al- 
lora disdiceva  a'Grandi  e  non  Grandi  farsi  rappresentare  dai 
viglietti  di  visita,  che  troppa  distinzione  veniva  fatta  fra  la 
persona  ed  un  pezzetto  di  carta.  S'ella  fosse  nata  tre  secoli 
dopo  ,  avrehbe  rimediato  alF  affanno  suo  con  poca  moneta 
facendosi  inscrivere  in  un  grande  catalogo  a  stampa.  Io  mi 
penso  avrehbe  anche  eretto  dalle  fondamenta  a  sue  spese  un 
convento  di  Frati,  purché  potesse  farla  finita  con  quel  Ben- 
zone  che  sta  vale  tutto  giorno  fra  i  piedi,  se  non  in  casa, 
sotto  ai  balconi,  in  chiesa,  ai  passeggi,  dappertutto.  Quanto 
più  si  studiava  di  far  conoscere  alla  figlia  rinconvenienza  della 
amorosa  sua  inclinazione,  tanto  più  la  ragazza  dava  in  isma- 
nie,  in  proteste}  ed  essa  malediva  a  Milano,  alle  giostre  ed 
a  tutti  gli  eroi  spiantati. 

Appena  il  Duca  ebbe  terminate  le  segrete  conferenze,  av- 
visata la  Contessa,  ella  si  rese  al  palazzo  -,  però  non  vi  con- 
dusse l'Agnese,  forse  non  volendo  mostrarla  cotanta  ango- 
sciata. 11  cameriere  e  molti  paggi  si  affaccendavano  a  spa- 
lancar le  porte,  ad  alzare  le  cortine,  inchinandola  a  testa 
scoperta.  Il  fare  di  costoro  le  andò  tanto  a  sangue,  ch'ella 
discacciò  il  suo  malumore.  Filippo  le  si  fece  incontro  con 
maniere  straordinariamente  garbate,  e  dicevate:  INon  sarà  già 
per  trista  cagione  che  seco  non  veggo  la  bella  Agnese ^  né 
qualche  strana  causa  chiamerà  la  contessa  di  Boldesco  ne' 
propri  Stati?  S'ella  intende  partirsi  con  tanto  precipizio,  mi 
lascia  dubitare  non  si  trovi  soddisfatta  di  questo  soggiorno. 
Come  mai  potrà  raccontare  quanto  vi  ha  di  bello  ne' pub- 
blici fabbricati,  ne'miei  privati  giardini?  Non  basta  breve 
soggiorno  per  veder  tutto  ed  esserne  istrutti  ! 

Meravigliata  la  Dama  eli  tanta  gentilezza,  rispose:  Tante 
sono  le  bellezze  di  cotesta  magnifica  Metropoli,  che  mi  per- 
suado non  sia  ciascheduna  da  per  se  stessa  neppur  conosciuta 
da*  suoi  abitanti.  Di  buon  grado  mi  tratterrei,  ma  la  salute 
della   mia  Agnese  ebbe   a  soffrire  forte  alterazione  in  questi 


—  41  — 
giorni.  Gli  straordinarii  spettacoli,  un  naturale  orgasmo  pro- 
dotto dalle  giostre,  la  scossero  sensibilmente;,  perdette  l'ila- 
rità, il  desiderio  del  cibo.  Spero  non  sarà  nulla  :,  però  mi  è 
d'uopo  ritornarla  alle  sue  tranquille  occupazioni  di  Bolclesco^ 
ella  è  come  tortorella  fuori  del  nido.  Porgo  poi  mille  scuse 
alla  Magnificenza  Vostra  se  meco  non  condussi  la  figlia  pel 
dovuto  atto  d'ossequio! 

Sorrise  maliziosamente  il  Duca  all'  industriosa  giustificazione, 
indi  a  lei:  Ottima  madre  quale  è  la  Contessa,  conoscitrice 
deir  indole  della  propria  figliuola,  non  può  essere  indotta  in 
errore  sulla  natura  del  di  lei  male.  Però  un  mio  strano  pen- 
siero m'induce  a  credere,  che  se  qui  contrasse  il  male,  qui 
trovisi  P opportuna  medicina  meglio  che  altrove!  La  Con- 
tessa non  negherà  un  favore  a  Filippo.  Domani  ricorre  il 
giorno  di  mia  nascita,  ed  io  amo  festeggiarlo  cogli  amici. 
Posso  sperare  che  alla  domestica  festività  ella  intervenga  colla 
bella  Agnese?  .  .  . 

Sorpresa  la  Dama  di  tanto  onorevole  inchiesta,  con  sommo 
trasporto  accolse  l'invito.  Vedete  un  po' femminile  ambizione! 
Ad  un  tratto  P  aria  di  Milano  avea  cessato  d' esser  cattiva , 
anzi  spirava  balsamica,  soave  per  sé  e  per  la  figlia:,  e  quando 
s'avesse  potuto  leggere  nel  cuore  della  Dama,  troverebbesi 
occupato  da  lusinghiera  speranza  che  Filippo  nudrisse  per 
lei  particolare  affezione. 

Alla  domestica  festività  il  Duca  invitava  le  Autorità  e  Di- 
gnità primarie  della  Capitale,  Alfonso  co"'  suoi  Baroni,  il  nostro 
Venturino  collo  zio,  e  tutti  intervennero.  La  sceltissima  co- 
mitiva passò  molt'ore  ne' giardini  del  laghetto  ad  ammirare 
la  stranezza  de' volatili  e  de' quadrupedi ,  la  varietà  de' fiori, 
la  bellezza  delle  piante  cariche  d'ogni  sorta  di  frutti.  In  quei 
tempi  davasi  la  massima  importanza  alle  frutta,  le  cui  piante 
occupavano  i  siti  più  aprichi,  le  parti  più  ubertose:  il  pa- 
lato tenevasi  in  maggior  conto  della  veduta.  Affé  che  ride- 
rebbero  i  nostri  antichi  veggendo  come  il  progresso  disponga 
oggidì  i  luoghi  destinati  a  deliziare  la  vita  !  Ne'moderni  giar- 


—  42  — 

dini  s'ingombra  di  boscaglia  il  più  fecondo  terreno,  si  rende 
montagnoso ,  sterile  quel  suolo  da  cui  coli'  aratro  s'  aveva 
abbondante  messe  de' più  nobili  cereali.  Tutta  la  superficie 
deve  coprirsi  d'erbe  verdeggianti}  ma  quando  nella  cocente 
estate  le  ombre  de' boschetti  presentano  ricovero  soffocante,  il 
simpatico  verde  non  è  più  ove  l'ombra  non  arriva \  un  gial- 
lastro seccume  ricorda  il  verno.  Fra  tante  belle  cose  che  si 
fanno  alla  rinfusa,  perchè  non  l'umano  ingegno  ma  la  natura  ne 
sembri  autrice,  dopo  le  collinette  e  i  monticelli  si  pensa  al 
laghetto.  Le  sinuosità,  donde  fu  cavata  la  materia  per  far 
colline  e  monti,  si  sprofondano,  si  dilatano  e  riempionsi 
d'acqua,  nella  quale  il  giardino  si  specchia  e  vagano  le  bar- 
chette. Ivi  intorno  fra  i  rami  de' salici  cantano  gli  augelletti 
in  disaccordo  colle  ranocchie  contentissime  di  quell'albergo, 
e  -non  di  rado  il  gracidare  di  queste  soffoca  le  melodie  di 
quelli.  Coloro  che  viveano  nel  secolo  XV,  e  ne' posteriori, 
appellerebbero  pozzanghere  insalubri  gli  ameni  laghetti  che 
emanano  dense  evaporazioni  nelle  ore  vespertine  ed  al  levar 
del  sole.  I  signori  medici  infatti  traggono  profitto  dal  vapore 
di  tal  natura,  quanto  i  commercianti  da  quello  che  spinge 
le  locomotive  delle  strade  ferrate.  Non  faremo  però  le  mera- 
viglie se  per  seguire  la  moda  d' oltremonti  si  dee  far  così, 
e  si  fa,  senza  aver  riflesso  al  suolo,  o  alla  qualità  del  clima. 
I  facoltosi  italiani  non  si  credono  mai  beati  che  allorquando 
con  profusione  di  tesori  ponno  imitare  i  nordici ,  anche  a 
costo  d'infermare  di  gotte  e  di  podagre  sul  bel  fiore  della 
vita. 

Ma  torniamo  alla  delizia  de  Visconti. 

Oggetto  d'ammirazione  agli  invitati  erano  eziandio  i  ca- 
vernosi freschissimi  recessi  stillanti  limpide  acque,  le  quali 
scorrendo  per  ben  disposti  rigagnoli  perdevansi  sotterra,  indi 
più  lunge  ricomparivano  slanciandosi  da  bacini  di  fino  marmo 
sostenuti  da  mostri  marini,  e  circondati  da  belle  statue  di 
Nereidi  e  d'Amadriadi.  Una  vòlta  di  carpini  imboccava  lo 
spazio  circolare  ov'eran  distribuite  queste  fontane,  e  sotto  di 


—  43  — 
essa  non  penetrava  raggio  di  sole.  Tratto  tratto  sorgevano 
marmorei  sedili,  a  comodo  di  chi  amasse  assidersi  in  quella 
deliziosa  frescura  e  riposarsi  di  quella  camminata  lunga  ben 
quasi  un  miglio.  La  comitiva  sostò,  e  sedette,  sperando 
d'essere  raggiunta  dal  Duca}  ma  egli  sentiva  tuttavia  V inerzia 
delle  sue  gambe,  né  vi  si  volle  provare. 

Al  generale  Nicolò  Piccinino,  e  a  monsignore  Podestà  di 
Milano  veniva  data  V  incombenza  di  far  gli  onori  della  casa., 
e  dirigere  la  passeggiata.  Gentili  più  che  mai,  stavano  essi  al 
fianco  della  Contessa,  intertenendola  sull'origine  di  quelle 
mirabili  cose,  ed  indicandone  il  fondatore.  A  Bernabò  molte 
se  ne  doveano,  ma  delle  più  celebri  in  arte  aveane  merito 
Gian  Galeazzo.  Tutti  godevano  di  quella  rarità,  tranne  i 
due  amanti.  Muti,  contegnosi  per  la  durezza  della  Contessa, 
sospiravano  pensando,  quanto  loro  sarebbe  stata  cara  una 
vita  semplice  e  campestre  fra*  boschi  e  ruscelletti,  guardando 
bella  mandra  di  pecorelle,  anziché  esser  nati  sotto  magnifico 
tetto,  onde  per  crudeltà  della  sorte  non  li  alimentava  nem- 
manco  lontana  speranza  di  congiungere  le  loro  sorti. 

Ove  la  vòlta  de' carpini  metteva  capo  in  mezzo  a  grande 
spazio  quadrato,  erigevasi  elegante  abitazione  campestre,  e 
poco  discosto  un  tempio  ombreggiato  da  altissimi  tigli,  dedi- 
cato alla  Dea  caccia trice.  Avea  forma  ottagonale,  l'architettura 
tendeva  al  gotico-gallico,  e  la  Dea  torreggiava  sulla  estremità 
del  cono,  col  quale  finiva  il  bel  delubro.  Siccome  i  Visconti 
ebbero  poca  divozione  a  quella  casta  divinità,  la  collocarono 
lassù  per  goder  essi  dell'  interno j  in  fatti  quel  tempio  già  da 
gran  tempo  chiamavasPsala  campestre  de' conviti  famigliari, 
ed  era  consacrato  ai  baccanali.  Il  Lampugnano  sotto  Patrio 
del  palazzetto  aspettava  i  vegnenti,  i  quali  non  ancora  tocca- 
vano la  gradinata,  che  s'udì  un  lontano  squillare  di  molte 
cornette  annuncianti  l'arrivo  del  Duca*,  allora  tutti  retrocessero 
e  a  n  da  ron  gli  incontro.  Veniva  Filippo  per  un  viale  fian- 
cheggiato da  annosi  pioppi,  col  re  Alfonso  a  lato,  e  numeroso 
codazzo    di  cavalieri    e  valletti.    Montava   un  vecchio   cavallo 


bianco  come  neve,  il  cui  ambio  non  era  a  temersi  che  scom- 
paginasse il  cavaliero.  Discese  con  qualche  disinvoltura  :,  rese 
i    saluti  alla  festeogiante    comitiva,    e  tutti  si   avviarono  alla 

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casa,  ove  si  apprestò  squisito  rinfresco  d'acque  diacciate  d'ogni 
sapore. 

Dopo  mezzodì  furono  invitati  alla  sala  del  convito.  Gli  ap- 
parecchi erano  sontuosi-,  lautissimo  il  pasto,  generale  il  buon 
umore,  perchè  condito  dai  modi  gioviali  del  Duca,  che  pareva 
avesse  cambiato  natura.  Oltr'essere  desioso  di  assecondare  la 
volontà  degli  astri,  era  anche  l'anima  sua  rallegrata  dal  pen- 
siero di  una  buona  azione.  Vedeva  e^li  X  annichilamento  di 
quelle  due  anime  amanti  prodotto  dai  severi  sguardi  che  la 
Contessa  saettava  sulla  figliuola,  e  fra  sé  dicea  :  Pel  bell'astro 
di  Venere,  quanto  sono  infelici!  —  Tutti  si  accorgevano 
come  nel  numeroso  stuolo  de' convitati  mancasse  il  ricreante 
sorriso  della  giovinezza,  mentre  sulle  amabili  fisonomie  di 
quegli  innamorati  pingevasi  affanno  e  malinconia. 

Il  pranzo  era  in  sul  finire^  e  poiché  la  lunga  serie  de'piu 
decantati  vini  Briantei  fu  assaporata  e  lodata,  il  Duca  gridò  : 
Il  mio  Alicante  perchè  non  viene?  Perchè  non  viene  il  mio 
Cipro?  Benedetta  sia  la  memoria  di  Bernabò,  che  di  questi 
ottimi  liquori  lascionne  a  Gian  Galeazzo  una  ben  fornita  can- 
tina! Benedetti  i  padri  miei,  che  avendo  misericordia  a' no- 
stri bisogni,  tutti  non  li  tracannarono!  Ora  più  non  ce  ne 
ari  iva  ;  i  rapaci  lupi  di  mare,  abitatori  della  Laguna,  col 
loro  commercio  lo  incettano,  lo  adulterano,  ne  cavano  tesori:, 
più  non  trovate  in  essi  conforto,  bevete  decozione  di  cicuta  ! 
Oldrado,  Oldrado,  mesci  a  me  ed  a' gentili  commensali  quel 
Nettare  !  —  Il  solerte  cameriere  sturò  buon  numero  di  fiaschi, 
ed  empì  a  tutti  le  capacissime  tazze  aventi  forma  di  calice. 
Pose  in  quest'opera  tanta  destrezza,  ed  un  cotale  fare  gio- 
condo, che  il  re  Alfonso  ne  fu  meravigliato.  Nicolò  Piccinino, 
presa  la  tazza,  si  alzò,  fece  un  breve  complimento  e  bevette 
alla  salute  del  magnifico  convitante  f,  tutti  \o  imitarono  e  Fi- 
lippo provonne  molta  compiacenza. 


—  45  — 
Appena  ebbero  termine  i  brindisi    e  gli    applausi,    ricom- 
parve il  Lampugnano  ebbro  di  gioja:,  erano  con  lui  due  paggi, 
portanti  un  bacile  d'oro  sopra  cui  stavano  alcune  pergamene. 
il  Duca  ne  raccolse  una  e  la  porse  al  re  Alfonso,  così  espri- 
mendosi: L'amico  mio  d'Aragona    a   è   fatto   libero    di    tor- 
nare a' suoi  Stati  con  tutti  i  suoi  Baroni  ».  Egli  si  rammenti 
del  Duca  di  Milano,  e  le  propizie  sorti  sieno  con  lui  !  —  Poscia 
levandone  un'altra  la  porse  a  Venturino,  dicendo:  Al  valo- 
roso vincitore  della  giostra  il  Duca  di  Milano  «  rende  la  pa- 
99  tria  e  i  beni  che  spettavano  al  padre  suo,  e  gli  fa  dono  d'un 
5?  palazzo  nella  Porta  Comasca,  nominandolo   suo  Capitano  ?j. 
L'inopinato  tratto  di  generosità  scosse  cotanto   la  brigata, 
che  i  viva  furono  assordanti  e  per  molto    tempo    continuati. 
Sarebbe  difficile  descrivere  la  sorpresa  delle  due  anime  amanti } 
dirò  soltanto  che  la    Contessa    madre    istupidì.    Il    Duca    la 
fissava,  e    quando    videla    tornare    in    sé,  così    le   parlò:   A 
molte  spettabili  persone,  che  si    compiacquero   farmi    corona 
in  questo  giorno,  potei  fare  alcuna  cosa  grata,   fuorché   alle 
Feudatarie  di  Boldesco!   Onde  il  mio  amor  proprio  non    ne 
soffra  più  a  lungo,  ella  mi  permetta  costituirmi  medico  della 
sua  figliuola.   Già  mi  disse  essere   Agnese    ammalata,    ed    io 
tengo  un  farmaco  infallibile  per  risanarla!  La  destra  del  vin- 
citore della  Giostra  stringa  la  destra  di  lei  che  <?li  offerse  in 
premio  la  bandiera!  Altro  mezzo  non    v'ha  per    sanarne    la 
piaga  !  Aggiunga  a  tutto  ciò  com'anche  i  segni  celesti  richieg- 
gano  questo  connubio  (*).    —  E  che  mai  poteva  opporre  la 
madre?  La  nobiltà,  le  restituite  sostanze  ponevano    il    conte 
Venturino  Benzone  fra  i  più  cospicui  e  doviziosi  cavalieri  di 
Lombardia^  ella  ringraziò  il  Duca  e  accondiscese.  L'univer- 
sale esultanza  crebbe  viemmaggiormente^  la  bella    coppia    fu 
salutata,  ed   augurata  d'ogni  felicità.  L'ottimo  Bonicio  (Jorio 


(*)  //  duca  Filippo    diede  in  moglie    a    Venturino    Ben\on 
Agnese  di  Boldesco.  Alem.  Fi/io,  Lib.  1F. 


— -  46  — 
giubilava  non  meno  de' for lunati  sposi.  Il  bravo  Lampugnano, 
rincantucciato,  non  capiva  nella  pelle  godendosi  il  finale  della 
farsa  di  sua  invenzione,  e  già  gli  pareva  sentire  le  tasche  pe- 
santi del  compenso  dovutogli ,  che  in  realtà  poi  ebbe  e  lo 
fe')  assai  ricco. 

Non  in  tutto  a  buon  volere ,  ma  anche  a  dominio  di  su- 
perstizione si  volle  ascrivere  la  straordinaria  generosità  del 
Duca,  quando  si  seppe  il  concistoro  da  esso  tenuto  coi  due 
cooperatori  di  così  bella  azione:,  nullameno  se  il  cuore  di 
Filippo  non  propendeva  al  ben  fare,  sarebbe  riescito  vano 
qualunque  tentativo.  Il  sempre  avverso  Candido  Dicembre 
lasciò  scritto  in  proposito:  —  Glie  il  duca  Filippo  comin- 
ciava ad  essere  umano  dopo  che  sino  alla  feccia  avea  consu- 
mato il  calice  delle  crudeltà  :,  doversi  ascrivere  a  superstiziosa 
timidezza  anche  quest'opera  cotanto  vantata  ,  anziché  a  sen- 
timento magnanimo.  —  Ma  noi  non  gli  daremo  retta,  sapen- 
dolo suo  nemico. 

La  patria  nostra  riacquistò  i  Benzoni}  e  se  per  la  natura 
de'tempi  non  ebbero  altra  dominazione,  si  distinsero  però 
sempre  nelle  armi,  ne'civili  impieghi,  ed  in  eminenti  dignità 
ecclesiastiche.  Fra  i  tanti  «  Leonardo,  dottorato  nello  studio 
??  di  Parigi,  tenne  per  molti  anni  la  Prepositura  del  nostro 
?5  Duomo.  Nell'anno  i5/f5  fu  tentato  farlo  Vescovo  di  Crema, 
w  ma  non  avendo  effetto  il  negozio,  fu  ultimamente  creato  Ve- 
5?  scovo  di  Valtorara*  città  della  Puglia.  E  mentre  che  egli  è 
55  in  pratica  d'avere  un  Chiericato  di  Camera  onde  aprirsi  per 
5?  avventura  la  via  al  Cardinalato,  fu  dal  Signore  chiamato  ad 
55  altra  vita  55. 

L'eroe  del  nostro  racconto,  dopo  la  morte  del  duca  Fi- 
lippo, prese  servizio  presso  i  Veneti  con  altri  Benzoni,  e  di 
tutti  assai  orrevolmente  parla  lo  Storico  ne' libri  V  e  VI. 
Ebbero  favori,  furono  insigniti  di  titoli  anche  dal  re  Luigi  di 
Francia ,  quando ,  entrato  solennemente  in  Crema ,  prese 
stanza  nel  palazzo  di  essi. 


— -  47  — 

Questo  illustre  casato  nel  secolo  decorso  si  estinse,  nul- 
l'altro  lasciando  che  lo  ricordi,  se  non  il  palazzo,  da  sede  di 
grandezza  tramutato  in  pio  ricovero  di  Orfani  e  Trovatelli. 
Lo  rammenta  eziandio  un  resto  di  magnifica  casa  nella  villa 
di  Vajano,  dall'attuale  nobilissimo  proprietario  (*)  offerta  a 
diporto  autunnale  a  chiarissimo  Instituto  di  educazione  fem- 
minile. Ivi  se  non  il  fasto  degli  antichi  signori,  regna  al 
certo  la  cara  allegria  dell'innocenza. 


(*)  //  coltissimo  cavaliere  Gerosolimitano  D.  Prospero  Fre« 
cavalli,  patrizio  Cremasco. 


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